Kee Marcello, intervista al chitarrista degli Europe GuitarClub Giugno 1989

Daniela 01 giu 1989
Parlando di rock duro troviamo numerosi gruppi tecnicamente preparati, pur nelle diverse tendenze, che questo genere esprime. Una di queste è rappresentata dal cosiddetto heavy pop, i cui alfieri attuali sono indubbiamente Europe e Bon Jovi.

La loro musica è fondamentalmente hard rock con riff di chitarre molto marcati, ma smussati dalle melodie delle tastiere e della voce. La matrice è americana e trova le sue radici nei Journey o nei primi Foreigner ed è arrivata fino ai nostri giorni attraverso Rainbow e Scorpions tra gli altri. Soprattutto gli Europe hanno dimostrato di saperlo adattare alle esigenze attuali del mercato ed hanno colto nel segno per due volte di fila: dapprima con "The Final Countdown", poi con "Out of this World".

Nonostante le critiche piovute loro addosso da molte parti, i cinque godono dei favori di molti artisti rock; del loro show si parla molto bene, in particolare del vocalist Joey Tempest e del chitarrista Kee Marcello.

A dire il vero la prima formazione della band annovera John Norum alla chitarra, legato a Beck e Blackmore, e dunque intenzionato a suonare materiale più heavy: subito dopo l'uscita di "The Final Countdown" lascia gli Europe per intraprendere la carriera solista.

La partenza ...
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info intervista

Europe
Kee Marcello
del chitarrista impone agli Europe un sostituto: Tempest e soci scelgono Marcello, chitarrista svedese che conoscono da tempo.

Dopo oltre un anno di concerti il gruppo torna in studio alle Bahamas per registrarenil nuovo album che vuole garantire una continuità al precedente LP, uno tra gli album più venduti (sei milioni di copie).

La carriera degli Europe inizia in Svezia, loro nazione d'origine, suonando un pò dove capita. La musica è quella dei Led Zeppelin o dei Black Sabbath, passando per Uriah Heep o Deep Purple.

Ottenendo sempre meggiori consensi decidono di registrare un disco; il titolo scelto, in un certo senso premonitore del futuro successo, è "Wings of Tomorrow". L'album rende molto bene sul mercato interno ed il management decide di esportarlo in Germania ed in altri paesi del Nord Europa. I risultati assai confortanti spingono i cinque a tentare la fortuna con un nuovo album indubbiamente vincente: "The Final Countdown".

Come apripista viene scelto il single omonimo che raggiunge in pochissimo tempo le top ten di tutto il mondo, sfondando particolarmentein USA. In breve viene organizzato un worldtour che li porta ovunque e che decretaun grande successo di pubblico.

Alla fine del 1988 escono con un nuovo album, "Out of this World", nel quale appare il chitarrista Kee Marcello come membro effettivo del line-up.

Oltre a lui fanno parte della band John Léven al basso, Iah Haughland alla batteria, Mic Michaeli alle tastiere e Joey Tempest alla voce. Alla fine di gennaio inizia con alcune date europee la relativa tournèe mondiale che dovrebbe continuare per tutto il 1989.

In occasione di uno dei primi concerti, e precisamente quello di Locarno in Svizzera, abbiamo avuto modo di organizzare un'intervista con Kee Marcello.

Ricordi quando hai iniziato a suonare la chitarra?
Era il 1973 ed avevo appena ricevuto in regalo una chitarra elettrica dai miei. Era una marca svedese, molto a buon mercato. Prima usavo un'acustica che mia sorella aveva comprato e mai adoperato. Fin da ragazzino me ne andavo in giro con la mia prima band a suonare la musica dei miei artisti preferiti che erano Deep Purple, Uriah Heep, Black Sabbath, ma anche Jeff Beck e Jimi Hendrix. A quei tempi avevo un debole per "Machine Head" ed in particolare "Maybe I'm a Leo" e "Smoke on the Water" naturalmente.

Quando avvenne la scelta che ti ha portato a diventare un chitarrista di professione?
Vivevo in un paesino all'estremo nord della Svezia, Humyo, dove c'era neve per tutto l'anno. A diciotto anni decisi di spostarmi a Stoccolma, la capitale, perchè era l'unico posto dove si poteva cercare di fare qualcosa. Trovai un lavoro che mi permise di suonare nel tempo libero, finchè non decisi nel 1982 di intraprenderenuna carriera come professionista.

Con la tua prima band?
Non propriamente. Già nel 1979 formai il mio primo gruppo, i Daccord, con il quale registrai un album ed un paio di singles; in seguito, nel 1980, intrapresi qualche tournè in Svezia con altra gente: ci chiamavamo Kee and the Kick e registrammo anche un LP. Dopo qualche tempo diventammo abbastanza famosi ed iniziò una certa rivalità con un'altra band svedese, appunto gli Europe. Qualche anno dopo, appena uscito il loro disco "The Final Countdown", si trovarono senza il chitarrista e venni chiamato come sostituto. Vista la competizione che esisteva era come se Blackmore suonasse con i Led Zeppelin, anche se si parla solo a livello svedese.

Come ti trovasti a sostiture John Norum: dovevi cambiare qualcosa nel tuo modo di suonare, o doveva cambiare qualcosa nella musica degli Europe?
In un primo momento ebbi qualche problema, perchè non ero troppo sicuro sul da farsi. Decisi però di non copiare la parte della chitarra, ma preferii subito suonare secondo il mio stile, la mia personalità. Quando si provava ricordo che ascoltavo il brano due o tre volte, poi lo ripetevo insieme agli altri; per gli assolo invece mi bastava una volta soltanto per identificare la linea, al resto ci pensava il mio stile.
Un chitarrista deve sapere tirar fuori qualcosa di suo, altrimenti cosa propone a chi lo ascolta?
Molti giovani al giorno d'oggi prendono in mano un disco di Satriani o di Vai o di Malmsteen e lo ricopiano tale e quale; tutto ciò non ha senso se non lasciano fluire la loro fantasia, la loro personalità; come possono creare un loro stile particolare? Tornando alla tua domanda, devo dire che ci sono delle parti di John Norum che non ho cambiato, come ad esempio la frase dell'assolo di "The Final Countdown" perchè fa parte del pezzo. Altre melodie sono state invece sostituite in parte o totalmente. In definitiva mi trovo bene, perchè ho uno spazio maggiore come chitarrista e la musica degli Europe è guitar-oriented come si può ben vedere.

Quando componi tieni presente il fattore commerciale?
Quando si compone, non si deve pensare ad altro; certo non posso proporre musica come Al Di Meola o John McLaughlin perché non c'entra nulla con ciò che suoniamo, tuttavia occorre non andare mai contro le proprie tendenze, il proprio stile, altrimenti non si fa nulla di buono. Dal mio punto di vista comporre un bel pezzo significa fare una bella melodia, semplice e fatta di poche note che ti restano immediatamente impresse e che ripeti all'infinito. Allora sarà qualcosa che piacerà. Anche nei solo occorre avere fantasia: non basta solo fare i lavori molto veloci ma senza senso, è necessario tener presente la melodia, le note lunghe e tirate.

In concerto preferisci improvvisare o ti mantieni su quanto inciso?
Dipende da cosa sto suonando. Fondamentale è l'improvvisazione ed è ciò che preferisco negli show: certo alcuni solo li suono come sono sul disco perché mi piacciono così, ma in definitiva per gli Europe, che fanno tour mondiali che durano un anno, non improvvisare vuol dire annoiarsi a morte, non trovi?

Accetti volentieri che qualcuno metta il naso nel tuo modo di suonare, o di comporre?
Se intendi qualcuno della band, sì certamente. Componiamo insieme con un grande lavoro di studio. Si portano le idee, poi le rivediamo tutti assieme. Tutto qui.

Che ruolo riveste il produttore nel vostro caso?
Fortunatamente quasi nessuno. Joey ed io abbiamo avuto esperienze passate come produttori e ce la caviamo molto bene. Ognuno di noi sa esattamente dove vuole andare a parare e se abbiamo dei dubbi ci fermiamo e chiariamo le nostre idee. Il produttore, interviene quando glielo chiediamo noi.

Vorrei addentrarmi nel discorso tecnico. Parlami della tua Larrivée.
Devo dire che usavo la Larrivée, una chitarra canadese, anche un anno prima che entrassi negli Europe, dunque all'incirca nel 1985. Prima ancora avevo una Jackson, ma era troppo facile da suonare, aveva un manico liscio come l'olio e paradossalmente avevo perso la sensibilità del tocco delle mani e stavo dimenticando il mio stile. Mi venne proposto da Larrivée Scandinavia un modello uguale ad una Stratocaster con due humbucking ed un bolt-in neck veramente straordinario. Personalmente ritengo il manico la parte più importante della chitarra; certo, anche i pickup sono fondamentali, ma la tastiera è quella che permette di tirar fuori le tue capacità. In più i manici Larrivée sono definiti da molti "the hottest neck", i migliori insomma.

Una domanda d'obbligo riguarda le modifiche che hai apportato al manico.
Sulla chitarra che uso adesso ho un manico incavato dal dodicesimo tasto in poi; il resto della tastiera è rimasto invariato rispetto all'originale. In precedenza ne usavo uno completamente scallopped, ma poi ho provato la soluzione attuale. Riesco a fare bene l'hammering sulla parte finale, quella vicino al corpo della chitarra, mentre sui primi dodici tasti ho il controllo delle note. Mi piace che le dita sentano i fretboard, cosa che il manico completamente scallopped non mi consentiva, poiché mi obbligava a piegare molto le dita verso l'interno.

Che pickup monti attualmente?
Uso degli humbucker splittabili Seymour Duncan, al manico c'è un vecchio 59. al ponte invece un Seymour Duncan, mod. Jeff Beck.

Come utilizzi i pickup splittati?
Mi piace molto usare tutte le possibilità offerte: se adopero i single coil più esterni posso ottenere il tipico suono da Fender Stratocaster, altrimenti uso spesso la combinazione tra single coil al manico con humbucker al ponte per ottenere un suono alla Hendrix, veramente molto efficace. Il controllo avviene tramite tre switch ed un potenziometro dei toni che, se schiacciato, inserisce o disinserisce l'humbucker.

Veniamo ora al tremolo.
E' un normale Floyd Rose con lock al capotasto.

Per quanto riguarda l'amplificazione?
Uso due Marshall 100 watt con due cabinet; gli ampli sono stati modificati da un mio amico svedese: Tommy Folkestod. Naturalmente ho collegato degli effetti speciali, principalmente uso un equalizzatore grafico ed un Hush Noise System, che è una specie di noise gate computerizzato con il quale posso decidere quali frequenze tagliare e come. Ciò è molto importante perché il suono non viene solo tagliato, ma è possibile farlo decadere stabilendone l'intensità. Ho anche un digital delay Yamaha. Come connessione tra chitarra ed amplificatore uso un radio system Sony, che trovo veramente ottimo. E' molto costoso, però non ho mai problemi di frequenze o di cali in nessun posto, al chiuso o all'aperto.

Puoi fare una descrizione della tua personalità musicale?
Per prima cosa tengo a precisare che il proprio modo di suonare deve essere personale, altrimenti non puoi essere riconosciuto. Ritengo che sia di fondamentale importanza il modo in cui si colpisce con il plettro, la forza ed il calore che si esprime, come pure il bending con la sinistra; la miscela delle due cose crea il proprio stile. Questa è la base a cui seguono altre prerogative che rendono il sound personale: una di queste potrebbe essere quella che chiamo timing. Con questo termine definisco la velocità con cui eseguo le note, sia nel solo che nei riff; suonare veloce, ripeto, non significa suonare bene, ma fare sfoggio di una certa abilità fine a se stessa e non applicata alla musica. La cosa importante è avere timing, cioè la capacità di unire velocità e feeling, sapendo quando è il momento di rallentare e quando invece ci si può lasciare andare.

Per suonare rock occorrono corde dure e plettri heavy, questo almeno quanto si sente dire; sei d'accordo?
Non propriamente; ritengo di suonare un rock abbastanza duro, ma non uso per questo dei plettri heavy, ma dei medium fatti su mia richiesta. Sono in plastica, a forma di triangolo, insomma del tutto normali. Le corde sono delle D'Addario light, o almeno così credo, però ti confesso che non mi preoccupa più di tanto saperlo.

Vorrei sapere qualcosa sulle tue aspirazioni di musicista: cosa vorresti fare in futuro?
Continuare con gli Europe! Mi piacerebbe anche fare delle jam e suonare con altri musicisti. Finora mi è capitato di farlo con Paul Gilbert, con Neal Schon assieme al quale ho registrato un disco con altri musicisti quali il batterista dei Tubes ed il chitarrista della Steve Miller Band. Un'ottima esperienza, senza dubbio. Suonare con altra gente amplia molto gli orizzonti musicali, stimola a cercare nuove strade. Durante la nostra ultima tournèe americana ho avuto modo di suonare spesso con Phil Collen dei Def Lepard. Mi piacerebbe suonare con Allan Holdsworth. Sono un suo ammiratore. Non mi piace troppo quando suona il Synth-Axe, lo preferisco di gran lunga quando fa del rock.

Prima dicevi che suonare con altri musicisti è utile per sviluppare un tuo discorso musicale; non mi hai detto però quali sono le tue inclinazioni musicali, oltre naturalmente al rock.
Indubbiamente se avessi una mia band mi piacerebbe fare della fusion, quella che fa Kitaro, quel nuovo tastierista giapponese che è appena uscito con un album solista e che suonava con John Cougar Mallencamp. E' uno stile molto particolare che si avvicina molto al mio modo di intendere la musica. Inutile nascondere che mi è rimasto dentro un pò del mio passato jazzistico, tempi in cui suonavo la musica di John Coltrane e Charlie Parker.

Però le influenze musicali degli Europe sono altre.
Certamente! Joey è da sempre un grande fan dei Rainbow ed i primi due album sono stati concepiti in quest'ottica. E' un genere a lui congeniale; non tralascerei altra gente fantastica come i Kansas o i Foreigner dei primi due album.

di Antonio Scettri

IL CONCERTO
Gli Europe affrontano questo tour mondiale sull'onda del successo di "Out of the World" ed indubbiamente di "The Final Countdown". La scenografia, il primo elemento che colpisce, è importante.

L'intro strumentale, ormai tappa obbligata, è affidata alle note un pò scontate dalla sigla dell'Eurovisione, che comunque servono a preparare il pubblico.
I cinque entrano sull'enorme palco circondati da migliaia di luci computerizzate, mentre la scenografia nasconde gli amplificatori ed il correre frenetico dei roadies nel retro-palco.

Sotto il profilo puramente spettacolare gli Europe optano per le soluzioni più moderne che però hanno effetto solamente se viste da una certa distanza.
I tecnici delle luci lavorano molto bene dando l'opportuno risalto soprattutto ai solo di chitarra come quello che apre "Rock the Night".
Musicalmente la band dà prova di essere affiatata ed anche Marcello non è più il "new guy" della situazione. Forse la serata non è tra le migliori, visto che la tappa locarnese è una delle prime in assoluto.

Joey Tempest ha un certo calo di voce verso la metà del concerto, si riprende alla fine per i bis. Dimostra di saper tenere il palco molto bene, con grinta e volontà. Imbraccia anche una Gibson Les Paul nera, limitandosi al solo lavoro di accompagnamento nel primo brano.

Alle tastiere Mich Michaeli svolge un ruolo di background, concedendosi rare avventure soliste con il suo Hammond. Completano il set due tastiere Yamaha KX88 usate come master keyboard.

La batteria, pur se aiutata dalle tastiere, non sembra molto in forma, assicura semplicemente la base ai solisti e nulla più. Lo stesso discorso vale per John Léven al basso Yamaha.

Kee Marcello ha modo di lasciarsi andare in riff e lunghi assolo. Predilige ovviamente i lavori solisti a quelli di accompagamento; dimostra inoltre di essere a proprio agio durante l'improvvisazione. Sotto l'aspetto tecnico, l'uso della mano sinistra si avvicina molto più alla tradizione classica che non a quella blues, ossia raramente utilizza tre sole dita; i riff sono eseguiti soprattutto con accordi a due corde sulle quinte nella parte alta del manico. Di tanto in tanto Kee li intervalla con note singole, creando una certa dinamicità, che è, a mio parere, una delle sue caratteristiche. E' da sottolineare anche un modo curioso di utilizzare la diteggiatura; talvolta gli accordi, particolarmente quelli su due o tre corde, non vengono suonati dalle prime due dita.

Gli Europe ripercorrono tutti gli episodi salienti della loro ancor breve carriera, passando da "Carrie" a "Cherokee", da "Rock the Night" a "The Final Countdown". La chiusura è affidata a "Superstition".

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