Larry Carlton GuitarClub Ottobre 1989

Daniela 01 ott 1989
Sono passati tre anni da quella memorabile intervista rilasciata da Larry Carlton a Guitar Club. Poi due dischi, "Alone But Never Alone" e "Last Nite". Uno diverso dall'altro. Il primo, un nuovo viaggio nella chitarra acustica, dopo "Discovery".

Il secondo, un live ancor più emozionante di "Mr. 335 Live In Japan".
Dopodiché, giunse l'incidente.

Che cosa sia accaduto di preciso, non ci è dato sapere. Sembra che sia stato vittima di un agguato e che abbia ricevuto qualche colpo di arma da fuoco nella gola. Per molti mesi (l'episodio, che ha dato origine ad una serie di notizie inesatte, risale ad un anno fa; un mensile lo diede addirittura per morto!), Larry Carlton dovette sottoporsi ad ogni tipo di cura, come si può desumere dalle note di copertina del suo ultimo album "On Solid Ground", in cui ringrazia preti, medici e fisioterapisti.

Del resto, la stessa copertina di quel disco è alquanto emblematica: capelli lunghi ai lati, quasi a voler nascondere la stempiatura, una nuova chitarra Valley Arts custom made (la mitica ES 335 sembra sia stata messa in soffitta), e fin quasi appoggiato a quella "terra ferma" cui allude nel titolo del nuovo album.

Tutte supposizioni le ...
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info intervista

Larry Carlton
nostre, poiché in occasione del recente concerto di Varese, ottimamente organizzato da Ponderosa Music (nel quadro del ciclo di concerti "L'altro jazz"), nonostante i nostri accordi precedenti, il chitarrista californiano non ha voluto rilasciare interviste. Migliore fortuna, d'altronde, non avevano ottenuto i colleghi di Oltralpe di "Les Enfants du Rock", noto programma musicale di Antenne 2.

La motivazione ufficiale consisteva nel fatto che "Larry non si sentiva molto bene". Ma bastava ascoltare l'intero concerto per accorgersi che il nostro godeva di ottima salute.

Come riusciva altrimenti (splendidamente, si noti bene) ad ottenere dalla sua fiammante Valley Arts suoni tirati, espressivi ed al tempo stesso possenti, nonché a tenere sotto controllo una band, così preparata?

John Ferraro, il robusto e solido drummer, lo conoscevamo già dai tempi del live giapponese, ma qui lo abbiamo trovato sensibilmente migliorato, nonchè capace di poderosi stacchi ritmici e di impressionanti rullate, più di quanto lo facesse ritenere "Mr. 335 Live In Japan".

Ma, prima di parlare dello show di Larry Carlton, diamo un'occhiata al suo equipment.
Cominciamo dalla pedaliera. Overdrive Ibanez, Octaver Ibanez, pedale volume Showbud, Chromatic Tuner (accordatore elettronico) Boss TU 12, Digital Processing. Poi tre pedali Raise and Playmate, bank e chorus. Un distortion (senza marca, forse autocostruito), un Dual Loop Selection Ibanez, Octaver OC 2 Boss e un Delay DM 2 Boss. In più pedale della Valley Arts.

Il set è completato da due amplificatori Overdrive Special by Howard Dunbull, nonché un preampli Overdrive Power Amp, un Yamaha Diversity Receiver WXY lour. Troviamo poi questo rack: Digital Reverb Stereo SDR 1000 Ibanez, due Digital Delay SDE 3000 Roland, un Delay Yamaha, più due prenDumbleator.

Vediamo ora la dotazione tastieristica di Terry Trotter (presente, tra l'altro, nell'album "On Solid Ground"): Yamaha KX 88, D 50 Roland Linear Synthesizer, drum machine Systemizer Oberheim.

James Earl usa invece, lo stesso modello a sei corde di cui si avvale John Patitucci, nonché un ampli Carvin. Albert Wing, oltre al sax alto e al flauto, usa un BWI Akai SD 1000.
John Ferraro utilizza invece piatti Sabian ed un set Tama.

Qualche cenno, ora, sulla nuova chitarra di Larry Carlton.
Si tratta, come già accennato, di una Valley Arts custom made con pickup EMG. L'humbucking al ponte ed il primo single coil costituiscono la tipica sonorità utilizzata dal chitarrista. La presenza di due intere ottave nella tastiera gli permette di "viaggiare" solisticamente a più non posso.

Tutto la raccontare il pomeriggio del soundcheck. Steve Rathe, manager di Carlton, annuncia in una prima fase che non dev'essere presente nessuno in quel momento, poi alla fine si accontenta di chiedere che non vengano scattate fotografie.

La band inizia a suonare. Carlton vuole riprovare il più possibile "All In Good Time", un brano di "Solid Ground", e lo fa per lungo tempo. Poi si buttano sull'improvvisazione bluesistica. Suonano perfino (sic!) "Green Onions" di Booker T. & the MG's, che molti conoscono a seguito della ben nota cover riportata in "Made in America" dei Blues Brothers.

Lo stile del vecchio Carlton, quello che Donald Fagen voleva insistentemente nei brani di "Nightfly", ha lasciato il posto ad una personalità chitarristica più evoluta, meno spregiudicata, rispetto agli Stern ed agli Scofield, ma più vicina ai suoni del blues, del rock e, perché no, di certo easy listening d'alta scuola che egli ha imparato in anni e anni di studio recording.

Ma quel che ci allibisce di più è la durata del soundcheck, più di un'ora e mezza.
Ore 22, inizia il concerto. Si parte con "Bubble Shuffle", chitarre campionate dalle tastiere e qualche intervento parsimonioso di Carlton. Si capisce subito che... fa da apripista. Poi arriva "All Blues" di Miles Davis, annunciata dallo stesso Carlton con una voce molto roca: ed è subito feeling. La durata supera abbondantemente quella dell'edizione pubblicata nel live "Last Nite". Dopodiché giunge "All In Good Time", che, ovvio, risente delle ripetute prove del soundcheck.

Segue un brano tratto da "Discovery", l'uso della chitarra acustica con pickup si rivela però quanto mai infeice, vista la derivante sonorità, quasi simile a quella di una elettrica.

Poi arriva "All of Tomorrow", suadente come non mai. Giunge di seguito "Strike Two Eyes", dall'album omonimo (quello dei lampi e fulmini in copertina), ed in un'ottima versione. Si ritorna al blues, con un Carlton espressivo al punto giusto, in "Blues for T.J.", già riportata su "Friends" (che, se ricordate, venne incisa con B.B. King).

Poi Larry Carlton propone un medley di brani degli anni '70 che lo videro come session-man: vi riconosciamo due pezzi tratti da "Prezel Logic" degli Steely Dan. Arrivano, in seguito, "On Solid Ground" dall'ellepì omonimo e "Mulberry Street" da "Strike Twice". Stiamo per dirigerci verso la conclusione.

Due i brani scelti, con criterio significativo: "Josie" e "Layla".
Il primo, com'è noto, conclude l'album "Aja" degli Steely Dan, con cui Carlton collaborò quale session-man. Il secondo è il celeberrimo hit di Derek and the Dominos, da cui Eric Clapton non si è più staccato, concertisticamente parlando.

Da notare che la versione live di quest'ultimo pezzo è eseguita come in "Solid Ground", e cioè con la citazione del brano strumentale inedito che Clapton scrisse e suonò dal vivo nel tour in quartetto di "August" (quello del live annunciato e mai arrivato).

Ore 23.20. Ottanta minuti di concerto. Possibile? Il pubblico non vuole andarsene e reclama il fatidico bis. Rispunta la band con "Don't Give Up", tratto dal primo album. Il gruppo suona con brio ed energia. Potrebbero andare avanti ancora per molto. Ma al termine, Larry Carlton saluta il pubblico.

I musicisti, man mano, se ne vanno. Un dubbio si insinua: che questa data sia stata offuscata da qualche strano episodio? Ma non c'è tempo da perdere. E allora via, verso il backstage, dove sono già giunti i musicisti. Larry Carlton è inavvicinabile, come si conviene ad una rockstar. Riesce invece ad oltrepassare i controlli Alberto Fortis, mentre riceviamo la notizia che Larry non si sente tanto bene. "Sorry. No interview...". Ma davvero non sta bene.

Sono le ore 23.50 di una calda serata di luglio. Larry, seguito dai due manager, ed accompagnato da una splendida bionda, entra in una Mercedes bianca e si allontana nella notte. Ma allora, tutte quelle impressioni riguardanti un uomo rigenerato, più umano, che emergevano dai credits dell'ultimo album sono vere oppure no? Chi lo sa...

Intanto è giunta la mezzanotte, mentre ci si incammina, con un pò di amarezza (nonostante l'ottimo, seppur breve, concerto), verso casa.
D'altronde anche questo è business.

Testo di Achille Maccapani

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