Jeff Beck, la magia del suono...

Paolo Battigelli 05 set 2018
Esiste una categoria alla quale appartengono, per acclamazione, i talenti superiori; le menti eccelse. Coloro che lasciano dietro di sé un'eredità tale da soddisfare ed insegnare ad almeno un paio di generazioni a venire. Nell'orbita del rock c'è Jeff Beck, naturalmente...

Non diciamo nulla di nuovo affermando che il binomio Beck/chitarra ha rappresentato, e continua a farlo, uno dei migliori esempi di come si interpreta il grande libro della musica rock.
Ebbe a dire Jimmy Page: "quando Beck è in palla, probabilmente è il migliore di tutti!"
E se non fosse sufficiente scorrere velocemente la produzione su vinile, basterà presenziare ad un concerto (noi abbiamo visto quello di Milano, il 23 aprile scorso, teatro Smeraldo) per rendersi conto che la specie Beck è ancora lontana da estinguersi: per talento, creatività e grinta.

Una vita, quella di Beck, all'insegna del genio e della sregolatezza; gli accessi, positivi e negativi, come regola e, come se non bastasse, un voler seguire il proprio istinto sempre e comunque: quali ne siano le conseguenze. Una figura leggendaria, da tempo appartata in una dimensione parallela dalla quale discende sporadicamente per un disco, una comparsata accanto a illustri colleghi o per un tour. Come in questo caso, un viaggio attraverso ...
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info intervista

Jeff Beck
Guitar Shop
l'Europa (dopo aver sbancato l'America) per promuovere l'album "Guitar Shop".

Nato nel Surrey, in Inghilterra, il 24 giugno 1944 inizia ad entrare in sintonia con le sette note cantando nel coro della chiesa e cercando di impratichirsi con violino e violoncello. Studia anche il pianoforte, ma solo perché la madre lo obbliga. E' ascoltando gente come Buddy Holly e Gene Vincent, scartabellando nella collezione di dischi della sorella maggiore, che si scopre appassionato di "quel" certo tipo di sonorità. Passano solo pochi mesi e la semplice cotta si trasforma in vera passione, così si costruisce artigianalmente il primo strumento assemblando alla benemeglio pezzi di legno, fili, tasti fatti in casa e un pick up preso a prestito da un negozio di strumenti.
La prima band ufficiale sono i Del-Tones e il repertorio spazia dagli Shadows di Hank Marvin a brani di Eddie Cochran, ma dura poco e a 18 anni lascia la scuola iniziando a guadagnarsi la vita come musicista professionista. Nel 1964 lo troviamo nella bluesband dei Tridents proprio mentre un vigoroso gruppo locale, certi Yardbirds, si mettono alla ricerca di un nuovo chitarrista dal momento che il giovane ribelle Clapton ha preferito crescere all'ombra del grande John Mayall. Ad onor del vero, Keith Relf interpella Jimmy Page il quale però rifiuta; guadagna bene come turnista e non se la sente di sacrificare il certo per l'incerto, suggerendo un suo collega: appunto Jeff.
I due sono amici dai tempi della scuola e sono cresciuti nutrendosi quotidianamente di blues e rock, ora a casa di Jeff, ora tappati per interi pomeriggi nella camera di JImmy. Il passaggio delle consegne non è indolore, per tutti.
Gli Yardbirds, che avevano accettato le dimissioni di Eric pur di mantenere la stessa direzione artistica, si ritrovano con un chitarrista che in pratica fa ciò che vuole (già allora); da parte sua, Jeff non ha alcuna dimestichezza con il loro repertorioe, pur odiando adattarsi, si mette di buzzo buono. I primi tangibili risultati sono quattro brani su "For Your Love", seguito dal singolo "Heart Full Of Soul", primo esempio di distorsione chitarristica, e dagli album "Having A Rave Up" e "The Yardbirds". Venti mesi in tutto, durante i quali Beck trasforma letteralmente il suolo del guitarman: da poco più di una comparsa a primattore, a catalizzatore dei fermenti e delle passioni di milioni di giovani di tutto il mondo.
Chi non ricorda la sequenza tratta dal film "Blow Up" nella quale Jeff, stizzito per il cattivo funzionamento di un amplificatore, distrugge lo strumento, ne lancia i resti sulla folla e se ne va? Solo un piccolo saggio di ciò che farà negli anni a venire.
Chitarristicamente, è un precursore, un innovatore (fuzztone, pedale wah-wah e reverberi) al quale guarderà con estremo interesse professionale lo stesso Jimi Hendrix. Forse non tutti sanno che è da lui che Jimi copierà il caratterstico modo di suonare con la sei corde dietro la schiena o sulla testa, ed è sempre osservandolo che gente come Clapton e Townshend aggiorneranno il loro catalogo di soli.
L'estate del 1967 vede Beck divorziare dagli Yardbirds e cercare sfogo in una carriera solista, inaugurata da pezzi storici come "Hi Ho Silver Lining" e "Beck's Bolero". Dei due, è il secondo il vero capolavoro: la band che lo incide comprende Jimmy Page alla ritmica, Keith Moon alla batteria, John Paul Jones al basso e ovviamente Jeff alla solista. Una prova d'orchestra che purtroppo non avrà seguito se non, ma solo come idea di gruppo, con il mitico J.B. Group.
Due gli album all'attivo, entrambi dei classici. "Truth" e "Beck Ola" regalano al mondo perle preziose come "You Shook Me", "Blues De Luxe" e "I Ain't Superstitious" nonché un grintoso remake della yardbirdsiana "Shapes Of Things". Dopo aver usato, soprattutto in "Beck's Bolero", una Gibson Les Paul amplificata da un Vox AC-30 è ora passato ad una Fender Stratocaster e relativa coppia di Marshall da 100 watt. Ma due galli in un pollaio non resistono a lungo, tra Beck e Rod Stewart il malumore serpeggia e in capo a poco più di due anni la band si scioglie.
E' il luglio 1969 e si profila all'orizzonte un trio, stavolta insieme a Tim Bogart e al batterista Carmine Appice dei Vanilla Fudge. Tutto è pronto, ma pochi giorni prima di ufficializzare la cosa il chitarrista subisce un grave incidente mentre è al volante di una Ford del '23, seconda passione della sua vita.
Tutto da rifare e in attesa del trio, dopo una lunga convalescenza, forma un suo gruppo (Jeff Beck Group II) e incide due lavori interessanti intitolati "Rough & Ready" e "Jeff Beck Group".
Chiusa la parentesi, ecco finalmente il Beck Bogert & Appice group pronto ad imboccare la via degli studi. L'omonimo disco riscuote un buon successo così come il seguente "Live", pubblicato però solo in Giappone. Nell'aprile del 1974 si ritira nella tranquilla campagna del Sussex e i seguenti cinque anni li trascorrerà immerso nella dimensione musicale chiamata jazz-rock fusion. "Blow By Blow" (1975), prodotto da George Martin, funge da ottima palestra per la sua chitarra, nello specifico una Les Paul Standard del '54, così come il successivo "Wired" (1976) rimane ancor oggi forse la migliore performance strumentale di Jeff.
Negli anni Ottanta, poi, solo tre occasionali apparizioni su vinile seppur di gran classe. "There and Beck" (1980) con il famoso duetto chitarra-tastiere (con Tony Hymas) "The Final Peace"; "Flash" (1985), molto sotto alla media pur con la perla "People Get Ready" cantata da Rod Stewart, e infine "Guitar Shop", nove brani strumentali suonati nella formazione a tre insieme a Terry Bozzio e Tony Hymas. La stessa band che abbiamo applaudito qui in Italia, impegnata in uno show all'insegna del rock DOC. Ovviamente, non potevamo perdere una simile occasione.


Partiamo da lontano. Fu Jimmy Page a fare il tuo nome a Keith Relf degli Yardbirds. Accettasti volentieri?
Non ero molto felice ma dovevo pur sbarcare il lunario e l'occasione mi parve buona. Ricordo che in principio ero abbastanza diverso da loro nel senso che vestivo casual: jeans sdruciti e maglietta da marine (proprio come oggi peraltro) mentre allora la moda imponeva giacche attillate e cravatta. Fu un periodo interessante perché sperimentai molte soluzioni nuove, avveneristiche anche se, è bene precisarlo, usavo solo il cervello e l'olio di gomito. Non avevo soldi, non potevo certo permettermi concegni ed effetti speciali.

Perché lasciasti la band?
Eravamo in tour in America e arrivai ad un punto di prostrazione fisica e psichica preoccupante. Chiedevamo tutti troppo a noi stessi, diciamo che io cedetti prima degli altri. Comunque c'era Jimmy e la cosa si risolse. Subito dopo venni in contatto con Timmy (Bogart) e Carmine (Appice) e decidemmo di formare una band: ammiravo molto i Vanilla Fudge, le loro sonorità e il modo di rielaborare brani altrui mi incuriosiva e mi stimolava.

Purtroppo un brutto incidente decise per te.
E' nota la mia passione per le macchine d'epoca, soprattutto Ford degli anni '20 e '30. Sì, un incidente brutto mi costrinse a rimanere fuori dal giro per quasi un anno. Ma, una volta rimessomi in sesto, riguadagnammo il tempo perduto.

E' vero che esistono dei nastri relativi ad un secondo album di studio del BB&A e come mai vi scioglieste?
Di ritorno dalla tournée in Oriente (da quelle date sarà tratto il materiale destinato al famigerato "Live" edito solo in Giappone) eravamo stanchi, così ognuno si prese un periodo di riposo. Avevamo inciso alcuni demotapes destinati appunto ad un album di studio ma, al momento di tirare le somme, io non volli andare in America e loro non se la sentivano di lasciare New York. Inoltre avevamo due manager diversi e anche personalmente... Comunque non fu una gran perdita perché artisticamente non eravamo riusciti a trovare uno stile nostro, suonavamo un ibrido che scontentava noi ed il pubblico. E' stato meglio così, credimi.

E riguardo al line up con cui incidesti "Beck's Bolero"?
Forse il primo supergruppo della storia. Jimmy mi suggerì di registrare un singolo, un brano che lui aveva scritto per me, appunto "Beck's Bolero"; così chiamammo John Paul Jones, allora un apprezzato session man, e Keith Moon il quale attraversava un momento non troppo buono con gli Who anche se, a differenza di ciò che si disse, non aveva intenzione di andarsene. In un pomeriggio riuscimmo a fare tutto: una di quelle giornate miracolose in cui ogni cosa va al suo posto. L'episodio non ebbe seguito anche perché Jimmy cercava un cantante mentre io ero più interessato a sviluppare una musica strumentale, con una chitarra solista.

Dopo BB&A, la svolta jazz. Galeotto fu l'album "Spectrum" di Billy Cobham. Non conoscevi prima Jan Hammer?
Solo di nome, lo spiai mentre suonava nello studio e mi innamorai di quel per me strano tipo di musica: la fusion, un misto di rock e jazz. Inoltre scoprii l'importanza delle tastiere, soprattutto se usate in un certo modo; combinando cioè l'elettronica, la tecnologia con gli stilemi classici del pop e del rock. Mi si aprivano nuovi orizzonti, inesplorati. Suonare con Jan è stata un'esperienza unica perchè è come se avessi avuto accanto una persona diversa ogni sera. Non gli ho sentito fare un solo, ad esempio in "Freeway Jam", uguale per due concerti di fila. L'album "Live With Jan Hammer" è uno dei miei preferiti; sperimentale, tecnologico, ma allo stesso tempo emozionale. In perfetto equilibrio tra cuore e cervello. Invece "There and Beck" chiude il periodo jazz. In maniera neanche troppo brillante, essendo a mio avviso solo una raccolta di canzoni dignitose: un buon disco, nulla di più.

E' vero che ti trovi più a tuo agio su un palco che non tra le pareti di uno studio? Sarebbe tempo per un live!
Si tratta di due situazioni differenti, con i loro pro e i loro contro. Io, per natura, sono un istintivo e dunque dovrei preferire il contatto con il pubblico però riconosco che lo studio ha i suoi innegabili ventaggi: puoi rimediare agli errori, studiare con calma nuovi passaggi e bilanciare a tuo piacimento gli strumenti: tutte cose che dal vivo sono impossibili. Il fatto curioso è che, anche lavorandoci per mesi, quando riascolto un disco mi accorgo immancabilmente che non è venuto come volevo. "Jeff potevi dare molto di più", mi ripeto alla noia. Ma credo che ad ognuno di noi capiti la medesima cosa.

Non ti sei mai interessato alla chitarra acustica?
Non credo di averla mai suonata, neanche nelle classiche serate con gli amici. Ma non perché la odi, ma solo perché c'è gente che la suona divinamente: se proprio mi prende il trip acustico, vado ad un concerto, che so, di McLaughlin.

Un tempo hai usato il Guitar Synth della Roland. Come mai l'hai abbandonato, forse quando ti è passata la malattia del jazz?
Nel suonare lo strumento mi sento un puro, uno che ragiona con il cuore. Ora, la Roland GS/GR 500 è un gioiellino ma, a conti fatti, una sorta di ibrido tra una tastiera e una chitarra: non riuscivo ad entrare in quell'ordine di idee, mi sentivo a disagio e questo, per un musicista, è la peggior cosa.

Tralasciando per un momento i tuoi coetanei, cosa pensi dei chitarristi di oggi? Un buon vivaio o un mediocre raccolto?
Mi piace Van Halen, il suo hammering ha fatto scuola, e subito dopo Joe Satriani, mentre non mi attira molto l'ipertecnicismo di gente come Malmsteen e McAlpine. Secondo me, bisogna usare il cervello ma adoperare anche il cuore: forse, soprattutto il cuore.

Che strumentazione usi sul palco?
Tre Straticaster, due di riserva (le due giallo canarino) e la mia favorita (di color verde chiaro): niente altro. Come amplificazione in America usavo dei Marshall, ma ho avuto dei problemi così ora uso un Fender Twin. In pratica, la stessa che ho usato in studio per l'album "Guitar Shop". Non mi servo di effetti, nessun wah-wah o distorsore, solo un eco della Roland e nessun impiego di collegamenti Midi: unicamente chitarre e ampli direttamente. Inserisco il jack e via a manetta. Per quanto riguarda le cose, preferisco le Rotosound. Come vedi, nulla di eclatante.

Quanto c'è di improvvisazione e quanto, invece, di pianificato in un concerto di Jeff Beck?
Bella domanda. Premesso che tutto "Guitar Shop" è stato inciso live in studio, verrebbe da dire che l'intero show nasce sul momento; ma non è proprio così. Abbiamo una scaletta di base che rispettiamo fino in fondo. Ciò che cambia è l'approccio ai vari brani: ognuno li reinterpreta secondo l'estro e la fantasia del momento. Non è una novità, per me: già ai tempi di Jan Hammer il copione era lo stesso. Prima accennavi a "Beck's Bolero". Rimane forse il momento migliore, il pezzo che amo di più ma, mi dispiace deluderti, non lo suoniamo semplicemente perché manca una chitarra ritmica. Dove sei Jimmy, I miss you!

Parlando di "Guitar Shop" notiamo la mancanza del basso elettrico. Si tratta di una particolare scelta?
Tra me, Terry e Tony si è creato un buon rapporto, abbiamo un buon feeling e per "Guitar Shop" ci abbiamo lavorato tutti per bene. Probabilmente l'inserimento di un bassista avrebbe interferito nella nostra situazione musicale... e poi c'è Tony che riesce a realizzare buone ritmiche con le sue tastiere.

Sei reduce da un applauditissimo tour di sei settimane negli Stati Uniti insieme a Steve Ray Vaughan. Come mai in coppia?
Nessuno scopo commerciale, ognuno di noi avrebbe potuto esaurire il Madison Square Garden se solo lo avesse voluto. Siamo molto amici ed anche artisticamente andiamo molto d'accordo; si è trattato di una specie di divertente vacanza; ognuno proponeva il suo repertorio e alla fine qualche pezzo in duo. Molto interessante.

Sei sempre rimasto in contatto con Jimmy Page. E' vero che alla morte di John Bonham i Led Zeppelin erano già sull'orlo dello scioglimento?
Anche quim stai sbagliando. Non era assolutamente così. Anzi dopo il tour europeo meditavano una rentrée discogratica alla grande e, all'interno della band, erano molto affiatati. Purtroppo tutti sapevano dei problemi di John con l'alcool, ma nessuno osava interferire vista anche la sua mole fisica.

Riesci a vederti senza una chitarra in mano, magari in pensione?
Da sempre vivo alla giornata, e poi senza la mia Strato mi sentirei orfano di madre e di padre. Scherzi a parte, mi meraviglio giò di aver un lavoro che mi dà da vivere. Mal che vada, potrei sempre fare il meccanico o aprire un guitar shop!


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