Stevie Ray Vaughan - Reportage di un concerto GuitarClub Marzo 1987

Antonio Scettri 02 mar 1987
Il blues è da sempre fonte inesauribile e primaria per la musica rock proveniente da ogni latitudine. Fin dagli anni cinquanta la chitarra di Muddy "Mississippi" Waters ha creato atmosfere indimenticabili che hanno influenzato artisti sia americani sia europei, in particolare inglesi.

Il rock & roll prende forma dalle scale e progressioni del blues e viene definitivamente consacrato come nuovo genere musicale da Chuck Berry. Qualche tempo dopo, durante gli anni sessanta, al di qua dell'Atlantico, il blues attecchisce vigorosamente fra molti musicisti inglesi che ne adottano assai fedelmente i canoni, sviluppandoli in una direzione che in seguito sfocerà nel rock-blues di John Mayall o Brian Anger e che sarà definitivamente consacrato dal successo dei Cream, Clapton, Bruce & Baker e dallo Spencer Davis Group con Stevie Winwood.

Ai nostri giorni la musica rock risulta tuttavia sempre meno caratterizzata dal blues e dalla sua naturalezza e spontaneità. Anche il rock più duro, un tempo direttamente discendente da tale musica, ha perduto molto della vecchia genuinità, venendo ad essere contaminato da altri generi musicali o dalle varie esigenze di mercato,

Fra i gruppi europei che ancora conservano ben distinguibile tale influenza ci sono gli Whitesnake e i Deep Purple; fra quelli americani, molte ...
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band di southern-rock come i ZZ Top, Molly Hatchet, Steve Ray Vaughan's Double Trouble. Proprio quest'ultimo gruppo si è esibito, nel mezzo di una tournée europea, al Volkshaus di Zurigo.

Il palco si presenta molto scarno ed assai lontano dalla monumentalità di certi stage di altre band: come scenografia ci sono solo gli amplificatori e una piattaforma rialzata da terra sulla quale è situata la batteria. La strumentazione usata dal vivo da Steve Ray Vaughan è quanto mai varia, ed è difficile identificare tutti i cambi di chitarra avvenuti anche a metà fra un brano e l'altro.

Iniziamo dagli amplificatori, che sono due vecchissimi Fender Super Reverb e che hanno garantito durante tutto lo show un sound magistrale dalle forti venature bluesy e sempre controllati a dovere dal chitarrista nelle molte sfumature degli armonici e del feed-back. Per quanto riguarda gli effetti Steve usa un wha-wha ed un distorsore Ibanez.

Il discorso diventa assai complicato per quanto riguarda le chitarre: fanno bella mostra sul lato sinistro del palco e sono continuamente sotto il controllo del fidato guitar technician che ne cura l'accordatura non appena il chitarrista gli fa cenno di quale intenda servirsi successivamente.

Ad esclusione di una Gibson 335, tutte le altre, sono Fender Stratocastrer: di volta in volta sono state utilizzate la caratteristica Strat marrone con manico in palissandro e tremolo in posizione opposta a quella consueta, una sunburst con manico in acero, un'altra bianca con manico in acero, un'altra in finitura naturale con manico in palissandro, una imitazione Strat con pickup Danelectro.

Altre tre Fender sono rimaste accantonate sui portachitarre per tutta la durata dello spettacolo. Per quanto riguarda il bassista, Tommy Shannon, ha suonato un Tokai, modello Telecaster, con due pickup, amplificato da un Peavey CS-800.

In qualità di chitarrista Steve Ray Vaughan si rifà in modo molto raffinato a Jimi Hendrix e ne risulta un continuatore dotato di tecnica e feeling immensi. La padronanza dello strumento è totale: sempre sotto controllo il sound dei fedelissimi Fender e delle corde heavy. I plettri sono durissimi e caratterizzano il colpo dato alle corde donando ai riff una carica micidiale. Vaughan è solito suonare le corde dall'alto verso il basso negli assolo molto veloci o nei riff dei brani più grintosi, mentre per i blues più lenti tende a strappare la pennata dal basso verso l'alto.

Spesso cerca il sound pastoso usando la sola mano sinistra, mentre con l'esterno della destra doppia la corda per creare degli armonici molto acuti.
La tecnica della mano sinistra è formidabile: velocissima nelle scale e sempre pronta a tirare le note. La mano di Vaughan diventa veramente il trait d'union tra l'anima dell'artista e lo strumento. Le corde vengono tirate all'inverosimile, oppure appena accarezzate, talvolta persino suonate dal pollice sinistro creando un sound pieno e assai particolare.

Lo show è molto intenso e l'artista dà il meglio di sé in ogni istante: spesso scherza con gli altri musicisti, invitandoli a seguire le sue improvvisazioni, o con il roadie, costretto a cantare con lui sul palco.
Non se la prende più di tanto quando il Mi basso gli causa problemi di accordatura, ma si limita (per così dire) a creare un riff giocando con la meccanica e allentando o alzando la corda a seconda della nota che vuole suonare.

Vaughan si trova inoltre perfettamente a suo agio nella lunghissima versione di "Voodoo Chilld" di JImi Hendrix, venendo a creare una atmosfera irripetibile. L'assolo interminabile mette a dura prova la Stratocaster color White Ivory con manico in acero e pone un termine di paragone fermo e difficilmente avvicinabile a tutti coloro che suonano una chitarra elettrica. Il ritmo è infernale e il sudore scende copioso dalla fronte del piccolo grande Stevie: un cenno del capo e la band si blocca lasciando via libera al boss per un lungo solo di chitarra con wha-wha.

Sembrerebbe di essere tornati indietro di quindici anni: considerare la musica di Vaughan in questi termini sarebbe tuttavia un grossolano errore, poiché il chitarrista appare anche anche molto moderno in alcune sue soluzioni musicali.

Vale la pena a questo punto di ricordare la sua collaborazione con David Bowie nell'album Let's Dance, dove suoi erano i fantastici assoli.
A suggello di questa versatilità stilistica, si può considerare come esemplare la versione di "Superstition" di Stevie Wonder: un riff funky vissuto fino all'estremo, un piano Fender Rhodes caldo che trascina il ritmo di basso e batteria fino all'assolo di chitarra che sembra non voglia mai terminare. Il pubblico è a dir poco eccitato: capita raramente di assistere a uno show così accattivante dal punto di vista del contenuto musicale. Il feeling fra palco e audience è immediato e sincero: il primo a rendersene conto è lo stesso Vaughan il quale, nel mezzo del lungo blues finale, si concede, e chiacchera con la gente per una decina di minuti, ricordando che quello di quella sera è per lui un concerto molto particolare, poiché ha saputo dalla moglie che diventerà padre. Vuole intorno a sé sia la moglie, sia i musicisti sia i roadies, per festeggiare assieme al pubblico questo momento tanto particolare della sua vita. Riprende poi il lunghissimo e trascinato blues, suonando seduto sul palco con le gambe appoggiate fra il pubblico.

Dopo due ore e tre quarti termina il concerto stupendo di uno dei massimi chitarristi rock mondiali: forse è sconosciuto ai più, ed è un peccato, in quanto per chi ama veramente la chitarra - quella suonata con il sudore e la grinta del vero rock-blues e non con il freddo distacco di chi pensa solo all'effetto che dovrà cambiare da lì a poco - è vitale conoscere e amare un chitarrista di tale portata.
Per chi non fosse di quest'idea, valga quanto c'era scritto su un drappo che faceva bella mostra su un ampli del buon Stevie: "Don't mess with Texas". Ci pare che basti.

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