JOE PERRY Rocks: My Life In And Out Of Aerosmith

Andrea Martini 11 lug 2016
Ogni chitarrista del mondo avrebbe raggiunto il limbo nei panni di Joe Perry, chitarrista degli Aerosmith! La band di Boston che non ha bisogno di presentazioni, venduto milioni di album, fatto tour soldout internazionali e guadagnato uno stuolo di fan incalcolabile, è riconosciuta come la rock band tra le più influenti di tutti i tempi. Dunque, chi non vorrebbe essere Joe Perry?

Nella sua autobiografia - Rocks: My Life In And Out Of Aerosmith - Perry scrive però che la vita al top non è tutta rosa e fiori. Non è semplice, infatti, continuare a fare musica dopo 44 anni. Inoltre, essere una band iconica come gli Aerosmith, richiede sacrifici, sublimazione dell’ego e – quantomeno per i due Bad Boys – lottare contro la droga. "Siete insieme da più di 40 anni...” - ci dicono molti –
“è vero ed è grandioso... E c’è un motivo per cui pochi di noi lo fanno! [ride] Ma si può fare, ed avere una famiglia nel bel mezzo di tutta la questione..."

Incontriamo Joe Perry e con lui parliamo di questo suo libro e di quel che ci vuole per tenere una assieme band quattro decadi ...
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JOE PERRY
dopo..

Quanto è stato difficile trovare la tua espressione di scrittore?
Devo dire che in gran parte è stato il frutto del lavoro con David Ritz. Avrei potuto scrivere tutto da solo ma sarebbe stato una sorta di diario. So che molti lo fanno, ma io volevo che fosse un libro che le persone trovassero gradevole leggere. Io sono un grande lettore di libri, dalla fantascienza alla storia, e conosco il piacere di leggere.

Hai letto altre autobiografie prima di cominciare il tuo libro?
Ho letto una manciata di autobiografie per vedere come altri le avevano fatte e individuare uno stile che mi piacesse. Ma devo dire che David Ritz sa come catturare il modo di parlare e pensare delle persone e metterlo su carta.

Come ti sei preparato per il libro?
Abbiamo passato un mese in giro sul mio bus per stare tutti assieme e conoscerci, sino a che io e Billie [sua moglie] ci siamo detti: “è ora di buttare giu' un po' di cose!” Non volevo semplicemente scrivere un libro e puntare il dito su questo o quello.

Tuttavia, nel libro, hai puntato il dito su di te parecchie volte...
Spero di non aver calcato la mano in tal senso, ma mi sono preso le mie responsabilità. E' stata la parte più dura ma, una volta che ci siamo accordati sulla linea da percorrere, siamo partiti.

David Ritz ti ha dato una mano in questo processo?
Ho potuto conoscere David in breve tempo e direi che c'è una ragione se lui è così conosciuto! Dopo che abbiamo deciso di tagliare fuori alcune cose di famiglia, tutti i tasselli sono andati al loro posto. Tutti hanno avuto la loro parte nella storia e in tutti c'è la verità,, ben sapendo che fuori ci sono persone che leggeranno e persone che possono testimoniare la realtà dei fatti.

Quindi, tutto quello che hai scritto può essere confermato da altre persone attorno a te?
Parliamo della questione Led Zeppelin... [senza dirlo a Perry, Steve Tyler aveva fatto le audizioni per gli Zeppelin]. Qui la stampa non ha detto granché ma la stampa britannica ha scritto parecchio e, di conseguenza, ho letto diverse cose per assicurarmi di sapere. Certo, volevo che il libro fosse la mia storia, ma anche una reale cronologia degli eventi, e che facesse capire quanto è dura tenere assieme una band.

Sei stato onesto anche nel raccontare le tue relazioni, matrimoni ed il fatto di crescere dei figli...
Sai, la questione non è stata avere una vita tranquilla, in un bel posto fuori città... Con la band siamo sempre on the road ma io ho sempre portato la famiglia con me. Spesso io e mia moglie ci siamo visti come degli zingari, ma siamo riusciti a organizzare e crescere i nostri figli. Sono stati bambini grandiosi e tutti sono andati al college. Uno di loro oggi è avvocato. Non siamo stati il tipico stereotipo della famiglia, ma io credo che la cosa importante è essere al fianco dei tuoi figli e accompagnarli nelle loro scelte.

Era importante per te enfatizzare il tuo ruolo di marito e padre?
Certo. Ma, in prevalenza, ho voluto raccontare dell’inferno di un ragazzo della periferia, senza alcun background musicale, che ha finito per parlare con te, oggi. Che ha avuto successo, ed ora esce con questo libro. Mi diverte ancora riuscire ad andare a toccare così tante vite. Credo che parecchie persone riusciranno a vedersi in queste storie; coloro che hanno vissuto la stessa epoca e certe difficoltà. Non penso sia necessario essere un rock and roller per tirar fuori delle cose da questo libro.

Nel libro parli di un importante showcase al Max’s Kansas City, prima del quale avevi preso delle pillole chiamate Crossroads. Perchè avevi sentito la necessità di “tirarti su” prima di un simile evento?
Ma, sai, le prendevamo anche prima di quell’evento. Non so se qui esistono ancora... In Gran Bretagna si chiamano Leapers e sono pasticche dietetiche non così forti ma che ti danno un po’ di carica e euforia. Per la mia performance alle 9 di sera, volevo essere al top. Prenderne un paio, significa bere 10 caffè espressi. Non è come prendere LSD o roba del genere. Capisci?

Il tuo libro è molto focalizzato sulla musica e sul fatto di essere su di giri prima di uno show: cosa che non ha molto senso, giusto?
Già. Il concetto era utilizzare il loro beneficio per una performance, mentre poi finivo per stare sveglio tutta la notte. Fortunatamente eravamo a New York e la televisione c'è tutta la notte. Così mi sedevo pensando: “merda! Ma grazie a Dio c'è la tv...”

Un'altra storia parla di Henry Smith - che era il drum tech dei Led Zeppelin - e ti aveva chiesto di registrare un nastro per l'audizione che Steven [Tyler] doveva fare per Jeff Beck. Fu quando Beck aveva lasciato Rod Stewart per imbastire una band con Bob Tench?
No, prima. Dev’essere stato nel’69. Fu l’anno in cui io e Steven stavamo pensando di lasciare Boston. Henry era un amico di Steven e la band di Steven allora apriva qualche show degli Yardbirds. [Steven Tyler allora suonava la batteria]. All’epoca, Henry prelevava le band in giro a suonare e i loro strumenti e, per un periodo, fu il drum tech di Bonzo. Caricava tutti sul U-Haul [un furgone a noleggio per i traslochi] e riportava tutti nei loro appartamenti. Una sera lasciò che Steven prelevasse tutti i piatti rotti, perchè alcuni di essi “suonavano ancora bene!”

Nel senso che Steven Tyler utilizzava i piatti rotti di John Bonham?
Certo. Nel frattempo Steven aveva lasciato la sua band e cercava un ingaggio. Come ho detto nel libro, a un certo punto, pensò persino di lasciare la musica, visto che in un paio di anni non era accaduto nulla di buono. Henry aveva sentito che Jeff Beck cercava un cantante per la sua nuova band e credo fosse dopo che aveva lasciato gli Yardbirds e prima del Jeff Beck Group e Rod Stewart, pur se non ne sono sicuro. Intorno al 1969, mi sembra di ricordare...

Quando hai incontrato Steven?
In pratica, la prima volta che ho fatto una jam con lui! Noi tre [Perry, Tyler e Tom Hamilton al basso] avevamo suonato I’m Down dei Beatles e lui aveva cantato. Quella gig non gli era piaciuta ma io e lui potemmo suonare in un’altra occasione, con lui dietro i tamburi. Prima di allora non avevo mai suonato con un batterista così!

Era un buon batterista?
Molto creativo. Suonava la batteria pensando alla musica e non a picchiare i tamburi. Questo suo aspetto stimolava la mia creatività e da subito capii che poteva nascere qualcosa...

La prima volta che hai sentito Steven cantare, hai intuito che era così speciale?
Le sue erano cover band e suonavano dei brani di cui cantava le armonie, stando dietro al drumkit. Certo, la sua voce era potente ma, agli inizi, io lo pensavo come batterista della nostra band. Tanto che gli dissi: “sarebbe grandioso se tu suonassi la batteria!”

E lui?
Lui rispose: “voglio stare davanti e cantare!” A quel punto io dissi: “a Boston c'è un ragazzo che fa per noi. [Joey Kramer]. E’originario di N.Y., come te!”

La prima gig degli Aerosmith fu con Edgar Winter e gli Humble Pie?
No! Quella fu la nostra prima gig professionale. Prima abbiamo suonato un infinito numero di volte nelle high school e nei club fuori città con l'ingaggio di una serata a settimana. Talvolta due. Dovevamo lasciare aperto il calendario della settimana e provare i nostri brani nei giorni in cui non avevamo la gig. Tutto questo accadeva al contrario dei nostri amici che riuscivano a suonare in città e guadagnare dei soldi. Ecco perchè allora non eravano realmente parte della scena musicale di Boston. Fino a che uscì il nostro primo disco: a quel punto riuscimmo a suonare in città [...] La nostra idea era suonare e guadagnare dei soldi per pagarci il noleggio, magari anche qualcosa per noi, ed avere tempo a sufficienza per provare.

Da quel che scrivi nel libro, dal primo momento in cui hai incontrato Steven Tyler, hai avvertito una particolare alchimia. Hai mai pensato che sareste stati amici anche senza la band?
Ci ho pensato. E ho pensato anche agli altri ragazzi della band. Io e Tom, ad esempio, eravamo amici sin da quando avevamo 14 anni. Forse, se non ci fosse stata la band saremmo stati ancora più amici, non so... Lui aveva una fidanzata con cui poi si è sposato ed è il matrimonio più lungo fra tutti noi. In ogni caso, conosco molto bene tutti i ragazzi della band. Tornando alla tua domanda riguardo a Steven, probabilmente avrei comunque passato la maggior parte del tempo con lui...

... nonostante litigi e dissapori?
Abbiamo un sacco di cose in comune, cose che entrambi amiamo fare al di la della musica... come lo scuba diving, giusto per dirne una. Probabilmente è l’alchimia più vicina a quella con un fratello. Riguardo ai conflitti, entrambi sappiamo che c'è una linea di confine: se viene oltrepassata, non è più possibile tornare indietro.

Con la sua partecipazione ad American Idol e il mettersi a scrivere pezzi con altri, è sembrato lui volesse irritarti di proposito...
E’ stata una delle cose più dure che ho dovuto accettare, anche perchè non gli ho mai dato una ragione perchè lui non dicesse la verità. Ed ha irritato tutti nella band... Mi ero detto: “lui è il cantante e certe cose le può fare!”... ma non voltare le spalle. [...] Ma è andata e l’ho messa tra le cose del business plan.

Nel libro parli di quando hai lasciato la band e imbastito il Joe Perry Project. Se il progetto fosse decollato, saresti comunque tornato con gli Aerosmith?
Una risposta breve? Sì, sarei tornato indietro. Negli anni ho suonato con tanti musicisti, fatto un sacco di jam con colleghi e amici, ma non ho mai sentito quel genere di connessione ed amalgama. Noi abbiamo speso un sacco di tempo per essere una band e da essa fuoriesce una magia speciale.

In ogni caso, il Project ha avuto buoni riscontri...
Decisamente buoni! Ho riascoltato alcuni assoli e fraseggi e capito che alcune song erano ok, mentre altre con un basso profilo. Ma allora volevo soltanto uscire e suonare, non avere alcun fottuto pensiero e divertirmi. Per mia fortuna i ragazzi con me erano degli ottimi musicisti e mi sono divertito. Ma il mio obiettivo non era pensare agli stadi e a tutta quella merda!..

... insomma, suonare senza problemi e difficoltà?
Volevo mettere assieme una situazione e magari trasferire ai ragazzi un po’ della mia esperienza con una band. Ma un giorno Billie, che in realtà non sa tanto degli Aerosmith e di quel che hanno fatto, mi ha detto: “perché non torni a suonare con loro? Lo avete fatto per così tanto tempo e siete amici...”

Quando Billie ti ha detto questo, tu che cosa hai pensato?
A quel punto, ero via dalla band da 5 anni ed avevo fatto un po’ di cose mie. Ci sono voluti un paio di mesi per parlare con gli altri ragazzi e capire il feeling generale. Dal canto mio, avevo capito che volevo restare con loro e che non avrebbe avuto senso pensare di andare via di nuovo...

La reazione di Steven al riguardo?
Disponibile e non disponibile, ovvero quel che fa di lui un grande frontman. Inoltre, voleva allontanarsi dal nostro folle e collaudato metodo di scrivere song e così abbiamo cominciato a lavorare con autori esterni. Oltretutto, aveva realizato che in tal modo non doveva più sedersi a scrivere per tutto quel tempo. Dal canto mio, che piaccia o meno, io devo scrivere. Devo andare in studio e mettere su carta le varie idee...

... che è quel che fanno gli autori di solito...
Ne ho bisogno, anche perché si tratta di quel che andrò a suonare davanti a 10, 100 0 1000 persone. Per Steve il discorso è diverso, ma ogni persona ha il suo modo di agire. Tutto qui.

Prossimo step per gli Aerosmith?
Ti dirò che personalmente, negli ultimi 4 anni non ho avuto tempo di respirare, tra il fatto di stare a Los Angeles per registrare il disco [Music From Another Dimension!] e
scrivere il libro... Tutti noi, comunque, abbiamo bisogno di un attimo di respiro e di viverci un po’ la vita. Ci abbiamo dato dentro per un bel po’...

Nell’ultimo capitolo del libro – titolato “Vermont In The Summer” – ti domandi testualmente: “le sfide, valgono la pena?” Ora ti pongo il medesimo quesito...
Sai una cosa, amico? Essere nato con gli atrezzi giusti e con la fortuna di dire cose alla gente ed aver guadato la palude che si chiama vita... è stato straordinario! Riuscendo ad avere una bella moglie 30 anni dopo, 4 figli grandiosi e dei nipoti... ti direi che non cambierei nulla e dunque ripeterei certe sfide. Sarei arrogante se dicessi il contrario. Ma non so se è la risposta giusta o il modo giusto per rispondere a questa domanda...

In ogni caso, la tua è una vita straordinaria!
Grazie per avermi ascoltato...

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