Keith Richards L'anima dei Rolling Stones GuitarClub Marzo 1989

Paolo Battigelli 01 mar 1989
All'età di cinque anni voleva disperatamente assomigliare a Roy Rogers, a sedici moriva dalla voglia di essere qualcuno, di trovarsi al centro dell'attenzione e per questo beveva abbondantemente atteggiandosi a uomo maturo con un pizzico di pazzia rivoluzionaria. Mai troppo osservante delle regole, a scuola indossava due paia di calzoni: quelli della divisa e, sotto, un paio di "black Levis" aderentissimi.

Descritto come un simpatico zoticone dal corpo insegnante, il suo primo lavoro serio è distribuire il latte nel quartiere ma essere un "milkman" non faceva certo per lui, perciò dopo due giorni manda tutti al diavolo.

Un tipo simile, nell'Inghilterra dei primi anni Sessanta ha solo due vie aperte davanti a sé: diventare un delinquente o entrare a far parte di una R&R Band. Giunto al bivio, Keith Richards non ha dubbi, sceglie la seconda. Senza sapere, ancora, che i suoi Rolling Stones si cingeranno, nell'arco di pochi anni, della corona di "greatest rock band in the world".

E' lui a comporre, di notte nella solitudine di una stanza d'albergo, il riff di "Satisfaction": un brano originariamente country che Keith non vuole incidere perché "non adatto allo spirito della band" e che solo dietro insistenza di Jagger ...
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Rolling Stones
Keith Richards
Talk Is Cheap
troverà la via del vinile. Ed è sempre lui che, nel 1967, informa educatamente l'alta corte inglese che "si rifiuta di discutere con persone attaccate ad una sì meschina moralità", guadagnandosi la prima pagina del Times. Per non dire dell'apporto strettamente musicale che il chitarrista darà alle Pietre Rotolanti.

Se è infatti Mick Jagger ad incarnare l'essenza del gruppo, a mobilitare l'interesse spasmodico dei media, il vero motore capace di infondere la scintilla vitale al sound, è lui e solo lui. Non ci sono Brian Jones, Mick Taylor o Ron Wood che tengano: i Rolling Stones senza Mick Jagger rimarrebbero un'ottima rock band, senza l'apporto di Keith non potrebbero esistere.

La leggenda si è impadronita di lui da tempo ("se sono un guitar hero, non è certo per merito mio, mi sono sempre dimenticato di compilare la domanda di partecipazione a quel concorso", ama ripetere) e oggi, 45 anni da poco compiuti (il 18 dicembre scorso), Keith Richards rimane uno dei pochissimi miti della storia del rock.

Un "angelo dalla faccia sporca" come un tempo era stato nominato Omar Sivori, "the last of the lost" (l'ultima delle anime perdute) come scrisse una volta un giornalista americano: la vera realtà dietro la facciata patinata di Mick. L'ultima, lampante prova è venuta dall'inevitabile confronto tra l'album "Talk Is Cheap" e i due lavoro solisti di Jagger.

Il primo suona come un grande album degli Stones senza la voce solista, gli altri una semplice parodia, neanche tanto riuscita, dei bei tempi andati. Eppure, "Talk Is Cheap" è nato dalla rabbia, dalla delusione di un musicista frustrato dall'impossibilità di dar nuovamente vita alla sua creatura.
"I Rolling Stones sono la mia vita", mi dirà Keith, "e mai avrei dato alle stampe un lavoro solista se ogni più piccola speranza non si fosse affievolita. Parrà strano, ma il disco rappresenta l'evidenza del mio fallimento: la prova che non sono riuscito a tenere uniti i fili del gruppo".

Sincero, il vecchio Keith, lo è sempre stato. Qualità rara a trovarsi, soprattutto in un musicista famoso, che ha dato molti grattacapi in passto, sino a portarlo ai ferri corti con l'amico-nemico Mick. Ma la rabbia del chitarrista è più che comprensibile. "Avevamo finito "Dirty Work", un disco che avevo concepito e creato soprattutto in vista di una sua presentazione live. Infatti, erano già stati fatti piani per un tour sulla falsariga di quello dell'81-82. Poi, improvvisamente, il signor Jagger m'informa che lui, di girare il mondo con la band, non ne ha voglia. Insomma, ci pianta in asso. Non c'è verso di convincerlo, nulla da fare. C'è altro da aggiungere? Non credo. A quel punto sono caduto in uno stato di profonda prostrazione e mi sono messo a scrivere, a comporre".

Vederlo oggi, Keith porta dignitosamente i suoi anni anche se un quarto di secolo di eccessi lascia il segno. Molti compagni di avventura ci hanno lasciato le penne: lui, invece, è ancora lì.

Apparentemente indistruttibile. Tutti, nel music business e fuori, lo amano, lo stimano: per la sua carica umana, per la professionalità, per ciò che ha dato e che continua a dare, alla causa del rock.

"Non so, il più delle volte, che chitarra sto usando", suole ricordare, "l'importante è che serva allo scopo". Tempo fa Music Man gli ha dato un paio di chitarre che ha usato in "Talk Is Cheap" "Non ne ricordo il nome", ha affermato, "Hanno un manico compatto con due ottave. In pochi minuti puoi cambiare facilmente configurazione ai pickups, solo svitandoli".

"Possiede, e si serve, delle solite Telecaster tra cui ne privilegia una in legno di palissandro, pesantissima. Sull'album Richards usa poi un Twin Reverb o un vecchio Fender Champ, che a volte collega ad un Boogie. Insomma, un tradizionalista nelle sue scelte.

Anche per quanto riguarda le sue scelte musicali, gli idoli della giovinezza. Ai tempi della scuola, trascorre parte del suo tempo ad imparare il repertorio di Leadbelly e Woodie Guthrie ma quando il R&R comincia a prendere piede in Inghilterra, baratta una pila di dischi per una Hofner e inizia a studiare Chuck Berry. L'inventore del famoso "duck step", insieme a gente come Bo Diddley e Scotty Moore diventano i suoi punti fissi, gli esempi da imitare; un amore incondizionato che nutre ancor oggi, soprattutto per quello che considera il suo vero maestro: Chuck Berry, naturalmente. Al punto di confezionare su misura per lui un film-tributo come "Hail Hail Rock and Roll". "E' stato come togliersi un enorme peso dallo stomaco. Dovevo farlo, per me e per il mondo della musica. Dovevo farlo prima che fosse troppo tardi".

Certo, non è stato facile, visto il caratterino di Berry. "Assolutamente, un vero inferno", sottolinea sfoderando un sorriso che lascia intendere tutto. "Chuck non è un tipo accomodante, non si lascia guidare. Tantomeno consigliare. Decido io cosa fare e come farlo, urlava ogni volta che mi avvicinavo. Chuck non ha mai fatto una prova, non ha mai seguito un copione: nulla di nulla. Mi ha fatto quasi impazzire. Possiede una carica vitale inesauribile, riesce a tenere il palco per un paio d'ore senza concedersi il minimo riposo. Ha 60 anni capisci? Alla fine, io credo di aver perso circa quattro chili".

Mi viene in mente quella volta in cui Berry sferrò un micidiale pugno a Richards, solo perché si era permesso di raggiungerlo sul palco. Qualsiasi altra persona sarebbe stata radiata dalle sue amicizie, almeno dal circolo degli intimi; Chuck no, Chuck rimane un eroe ai suoi occhi. Uno a cui tutto si perdona. "Un genio, ecco cos'è. Un grande inventore, compositore eccelso ma anche scrittore: alcuni testi rimangono memorabili. Peccato che il suo sconfinato amore per i soldi lo porti a soppesare tutto in termini di denaro ma, forse, fa parte del personaggio, della leggenda".

A questo punto, entriamo nel vivo del discorso. Keith si accende l'ennesima sigaretta, riempie il bicchiere di ginger e Jack Daniels e si accomoda meglio. Giacca scusa, jeans, stivaletti, foulard e capelli naturalmente arruffati. Sì, qualche ruga, qualche attimo di appannamento ma, in fondo, rimane il rocker di sempre!

Dopo vent'anni, ecco finalmente Keith Richards versione solista. Quasi un debutto.
In effetti, possiamo chiamarlo debutto. "Talk Is Cheap" segna un momento importante della mia carriera di musicista, per due motivi ugualmente importanti ed opposti. Se da un lato mi vede per la prima volta protagonista, rischiare in prima persona, scrivere cioè canzoni senza destinarle inconsciamente alla voce di Mick, e cercando di concentrare in una dozzina di brani tutte le mie influenze presenti e passate dall'altro è la conferma, la prova che mi accusa di non essere stato capace di mantenere uniti gli Stones. Una debacle che mi ha segnato, e colpito nel profondo dell'animo.

Oltre a brani riconducibili allo Stones-sound come "Take It So Hard" e "How I Wish", troviamo il Cajun di "Locked Away", il sould di "Make No Mistake" e lo pseudo rockabilly di "I Could Have Stood You Up".
L'album doveva riassumere venti anni o giù di lì, quindi doveva dare di me una immagine polivalente; bisognava cioè conoscere Keith Richards in tutte le sue pieghe musicali. Naturalmente l'impronta Stones resta la scia principale dietro la quale si sviluppa il discorso, ma tutto il discorso è un percorrere a ritroso la mia vita artistica. Ho avuto la fortuna di essere assistito da musicisti eccezionali ma, cionondimeno, non trovare Charlie vicino a me mi ha fatto uno strano effetto. Credo che la parola chiave per capire l'album sia l'aggettivo onesto. Quello che senti è Keith Richards, voce compresa questa volta.

E a proposito di illustri assenti, è vero che "You Don't Move Me" ha per protagonista lo stesso Jagger? Una sorta di "How Do You Sleep" di lennoniana memoria in versione rollingstoniana?
Certo, ce l'avevo con Mick per ciò che aveva fatto a me e alla band. "Ora vuoi tentare la fortuna, ma già due volte ti è andata male", dice un verso e il riferimento ai due suoi lavori solisti ("She's The Boss" e "Primitive Cool") mi pare chiaro.
E' una battaglia tra l'odio e l'amore; quando due persone si conoscono da tanto tempo la cosa assume caratteri grotteschi. Comunque sia, un gesto simile non me lo aspettavo anche perché, come ho già detto, "Dirty Work" era stato concepito per la dimensione live, esattamente ciò che era accaduto per "Some Girls". Per questo il disco non ha avuto quel successo che, onestamente, meritava: poca promozione e disinteresse. D'altronde, a chi interessa una band che sta per sciogliersi o, comunque, sta per attaccare gli strumenti al chiodo?

Presto rientrerete in studio, corre voce. Confermi?
Sì, corrisponde al vero. Spero che tutto sia pronto per l'estate e che stavolta gli ego trip siano messi da parte. Alla sua pubblicazione seguirà un tour che dovrebbe partire dall'America per poi spostarsi in Europa.

Brian Jones, Mick Taylor e Ron Wood. Tre chitarristi, tre stili, tre personalità completamente diverse.
Brian era davvero uno strano tipo. Ci sono canzoni di quel periodo, come "Off The Hook" e "Heart Of Stone" in cui ci fondiamo mirabilmente, dando l'impressione di essere una sola chitarra con due manici. Poi, con il passare del tempo più aumentava il successo e più Brian diventava insopportabile e vanitoso. Alla fine, nessuno faceva più caso a lui al punto che, alla sua morte, pochi versarono lacrime. E' duro da ammettere, ma è la verità. Mick, dal canto suo, era il classico bravo ragazzo della porta accanto: simpatico, di poche parole ma tremendamente pieno di talento. Tecnica da vendere (si ascolti "Time Waits For Noone") ma, forse, non altrettanto cuore. Fu lui ad andarsene, e ancor oggi mi chiedo il perché. Con Ronnie eravamo amici da anni, dei compagnoni, degli amiconi pronti a farne di cotte e di crude. Una scelta obbligata, dettata anche dal cuore. Ricordo che, eravamo nel 1975 mi pare, la selezione avvenne a Rotterdam e Monaco e tra i papabili figuravano Jeff Beck, Harvey Mandel, Leslie West, Peter Frampton e Rory Gallagher. Scegliemmo Ronnie e ancor oggi sono convinto sia stata la mossa vincente.

E' ormai luogo comune affermare che le canzoni degli Stones, almeno le più famose, sono riconoscibili dal primo accordo. Questo può voler dire che il vostro sound è inconfondibile ma, pure, che sono sempre quei tre accordi a girare. Sono sicuro che ne conosci altri...
Sì, almeno otto. Scherzi a parte, non sono mai stato un gran tecnico ma un formidabile giocoliere con le note. Venti brani diversi. Non c'è problema: basta invertire, manipolare gli addendi e il prodotto risulterà vincente. Inoltre, è assolutamente indipendente dal modello di chitarra che uso; sia essa una Telecaster del '53, una Gretsch o una Strato made in Japan nulla cambia, in cinque minuti suoneranno esattamente nello stesso modo. Anche questa potrebbe essere arte, non trovi?

Cesellatore di suoni elettrici ma anche degustatore di atmosfere acustiche. Non è difficile sorprenderti con uno strumento acustico in mano.
Certe sensazioni può dartele solo una chitarra acustica, sfido chiunque a contraddirmi. A casa, per esempio, imbraccio quasi esclusivamente l'acustica. Ogni chitarrista che si rispetti dovrebbe esercitarsi su una di queste, imparerebbe ad essere più preciso, a dosare i movimenti e la pressione.

Non sei comunque solito comporre con la chitarra.
Il problema è un altro. Se conosci a fondo uno strumento, come la chitarra nel mio caso, sai in anticipo cosa otterrai e come lo otterrai; invece, componendo al piano, commetti degli errori, dei piccoli incidenti di percorso che determinano spesso la buona riuscita di un pezzo. La scintilla creativa nasce a volte da banali disattenzioni. Per questo preferisco comporre con la tastiera.

Comunque sia, tu e Mick eravate all'inizio solo degli interpreti.
Infatti, fu Andrew Oldham ad obbligarci a scrivere. Ci chiuse in una stanza dicendoci "non uscirete di qua finché non avrete del materiale buono firmato Jagger-Richards". Così, ci mettemmo di buon impegno. Si andava, come ispirazione dalle arie già sentite, come "Satisfaction" che ricorda vagamente "Dancint in The Street", ai primi testi impegnati come "The Last Time". Il problema principale era suscitare l'interesse di Mick in ciò che stavo facendo. E' una questione di lunghezza d'onda: non appena le sue antenne si rizzano è fatta.

Anche tu la voce ce l'hai.
Canzoni come "Happy" o "Indian Girl" erano state tagliate a mia misura e solo io potevo interpretarle in "quel modo" particolare. Un intero album è un'altra cosa ma ritengo che "Talk Is Cheap" sia riuscito anche vocalmente.

Credi che l'album contenga hits come "Street Fighting Man" o "Brown Sugar" oppure è destino che chicche tali debbano appartenere solo agli Stones?
Tutte le canzoni sono fresche di stampa (composte cioè espressamente per "Talk Is Cheap"): bisognerà vedere tra un pò di tempo quale sarà rimasta più in mente alla gente. Personalmente, amo "Take Is So Hard" e "Rockawhile" un pelino più delle altre ma, ad essere sinceri, dipende da tanti fattori: non ultimo l'umore col quale mi sveglio la mattina. Pensa che "Street Fighting Man" è tutta giocata su chitarre acustiche e che l'unico strumento elettrico è il basso mentre, per quanto riguarda "Brown Sugar", è nata in un momento di stizza nei confronti di Mick il quale, guarda caso, quella sera si era stufato di registrare e mi aveva piantato in asso. Un paio d'ore dopo ritorna e ascolta il nastro: "grande" esclama e in due minuti butta giù il testo. Il risultato lo conosci. Questi sono i Rolling Stones.

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