Leslie West La chitarra dei Mountain GuitarClub Luglio/Agosto 1989

Redazione 01 lug 1989
Uno dei più rispettabili gruppi rock americani nati sul finire degli anni Sessanta, i Mountain, hanno avuto una vita breve e travagliata. Due i punti focali della formazione, i deus ex machina in grado di sfornare una manciata di album, dal 1969 al '74, tra i più fulgidi esempi di accoppiata basso-chitarra versione oltre i cento decibel: Felix Pappalardi e Leslie West.

Il primo inizia la carriera come produttore e bassista vive per pesonaggi illustri quali Joan Baez, Tim Hardy, i Loving Spoonful e gli Youngblood per poi dedicarsi anima e corpo alla ditta Cream; il secondo muove i primi passi, dopo l'apprendistato in alcune band pseudo amatoriali, nei Vagrants, un gruppo "tosto" di New Yourk che riesce anche a incidere un album (omonimo, che verrà pubblicato solo 20 anni più tardi dall'Arista) prima che il leader, appunto West, decida di intraprendere la vita solista.

Nel 1969 troviamo dunque Leslie in studio, intento a dar vita ad un suo progetto giovanile intitolato "Mountain", coadiuvato alla consolle da Pappalardi nel frattempo diventato suo carissimo amico. L'album "Leslie West Mountain" rimane il vero debutto nella società del rock del chitarrista e precede ...
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Mointain
Leslie West
di pochi mesi la formazione di una band stabile, voluta dallo stesso Pappalardi una volta tornato in America dopo la produzione di "Songs For a Tailor" di Jack Bruce (dal quale Leslie riprenderà la classifica "Rheme From An Imaginary Western), a cui il bassista darà il nome di Mountain. Con l'imponente axeman troviamo il tastierista Steve Knight e il batterista Norman Smart e l'atteso vernissage ha luogo nel mitico Fillmore East di Bill Graham, nel luglio del 1969.

Poi, è la volta di Woodstock e, pochi giorni più tardi, del primo album "Climbing", divenuto subito d'oro per le oltre centomila copie vendute. Consolidata una reputazione di hard rock band (allora si diceva così) i quattro incidono nell'arco di un lustro altrettanti dischi destinati a lasciare una traccia importante per quello che verrà chiamato, di lì a pochi anni, heavy metal.

Da "Nantucket Sleighride" (1971) con i gioielli "Don't Look Around" e la title-track, graziata da un suono morbido e fluido di una Gibson Les Paul che Leslie possiede ancora oggi e conserva gelosamente, a "Flowers Of Evil" (1972), una side in studio in cui spicca "Crossroader" e l'altra live al Fillmore East con le pirotecniche "Roll Over Beethoven", rampa di lancio per l'estro improvvisativo del chitarrista, e l'inno "Mississippi Queen"; dal live "Mountain-Live" (1972) con una versione-fiume, più di 17 minuti , di "Nantucket Sleighride" al doppio monumentale "Twin Peaks" (1974) registrato nell'agosto del 1973 durante un tour in Giappone (un disco è interamente occupato dal manifesto "Nantucket Sleighride", qui di oltre 40 minuti) attraverso "Avalanche" (1974) ultimo atto dei Mountain che chiude sulle note della rollingstoniana "Satisfaction" un capitolo tra i più brillanti e creativi della scena musicale newyorkese. Ufficialmente perchè Felix ha bisogno di cure per una fastidiosa infezione all'orecchio sinistro ma, in realtà, per sottoporsi ad una energica cura disintossicante.

Ma Leslie non ha nessuna intenzione di abbandonare il campo e con il fido Corky Laing mette su un'altra band reclutando, come bassista, nientemeno che il suo idolo-maestro Jack Bruce: nascono i West, Bruce & Laig che incideranno tre album più che dignitosi quali "Why Dontcha", forse il migliore del mazzo, "Whatever Turns You On" e l'ennesimo live "Live'n'Kickin".

Ultimo e più recente capitolo della saga: due progetti solo, "The Great Fatsby" e "The Leslie Wast Band" e una momentanea reunion dei Mountain nel 1985 con l'album "Go For Your Life" dedicato all'amico di sempre Felix Pappalardi, scomparso a New York nell'aprile del 1983 per un colpo di pistola sparato dalla moglie Gail Collins, la stessa che tanto amorevolmente aveva disegnato quasi tutte le copertine del vecchio gruppo.

Infine, ma questa è cronaca più che storia, l'album "Guitar Speak" con il brano "Let Me Out 'a Here" e la partecipazione al Night Of The Guitar Tour da cui è tratto il doppio live.

Proprio durante la tappa milanese, lo abbiamo avvicinato e ripercorso con lui le tappe più importanti della sua carriera. Estremamente gentile, di nero vestito e con la Steinberger (momentaneamente al posto della gloriosa Les Paul) sottobraccio Leslie non si risparmia, citanto luoghi e fatti con divozia di particolari.

Il tuo primo gruppo sono stati i Vagrants e già allora la tua linea musicale era ben delineata.
Si tratta di una tradiziona di famiglia. Un mio zio scriveva i testi per la trasmissione di Jackie Gleason e mia nonna non si stancava mai di farmi ascoltare quei nastri. Una volta venni portato di persona ad assistere allo show e l'ospite di turno era Elvis Presley. Fu come una rivelazione, un colpo di fulmine. Capii immediatamente che quella sarebbe stata la mia strada. La prima chitarra di una certa importanza, è stata una Fender Strato sunburst del 1958 e gli idoli di allora gente come B.B. King, Albert King ed Eric Clapton. Ho amato i Cream alla follia, Dio cha band... Il loro produttore era Felix Pappalardi e con la scusa di conoscere Bruce e Clapton venni in contatto con lui; diventammo amici e allorché si prospettò l'idea di registrare un album, Felix trovò due settimane libere tra una session e l'altra di "Wheels Of Fire" dei Cream. Il fatto era che, credici o no, non avevamo un solo brano pronto e quando tentammo di scriverne qualcuno ci accorgemmo di non esserne capaci: eravamo solo una live band, e tutto sfumò. Detto così, pare ridicolo ma ti assicuro che allora fu tremendo. Naturalmente, i Vagrants si sciolsero subito dopo. Era ora di formare una mia band.

Continuasti ad usare la Fender?
Sai com'è quando si è giovani, mi piaceva cambiare così la scambiai con una Kent, se non erro, una Kent rossa. Capisci? Chiamiamoli errori di gioventù. Ma fu una parentesi breve, poi passai ad una Gibson che alternavo ad una Strato. Anche se, sotto sotto, sono sempre stato più affezionato alla marca di Kalamazoo.

Come convincesti Felix ad unirsi ai Mountain?
Quando il progetto Vagrants fallì miseramente, Felix mi disse di chiamarlo non appena avessi avuto tra le mani qualcosa di consistente. Dapprima avevo con me un tastierista ed un batterista ma qualcosa mancava, il basso. Allora entrò in scena Felix: era semplicemente perfetto. Sul palco poi, facevamo una splendida figura (ride); lui alto e segaligno, io grasso e un pò pazzo. Già perché è sempre stato dal vivo che abbiamo dato il meglio di noi; ma, forse, non c'è bisogno che te lo ricordi.

Infatti, gli album live sono molto più numerosi di quelli in studio. Quali ricordi con maggior affetto?
Da un punto di vista di feeling, considero migliori senza dubbio "Mountain" e "Climbing" cioè i primi due. Se invece parliamo di tecniche, allora amo "Flowers Of Evils" e parzialmente "Twin Peak". Oggi naturalmente non occuperei un intero disco con un singolo brano ma in quei tempi (primi anni Settante) usava e quando il nostro manager ci suggerì di farlo accettammo di buon grado.

Hai sempre tenuto a mente la regola "inizia alla grande e concludi altrettanto, ciò che sta in mezzo è solo un riempitivo"
La paternità della frase non è mia, bensì del povero Keith Moon. Però trovo sia vera e fotografi perfettamente la situazione: con le dovute attenzioni, s'intende. Non sono mai stato un virtuoso dello strumento, l'ho sempre ammesso, la mia forza sta nell'entusiasmo profuso e nella creatività, nell'improvvisazione: ecco il perché della mia passione per il concerto. Un buon inizio fa sì che il pubblico sia già dalla tua parte e una fine pirotecnica lascia negli occhi e nelle orecchie la certezza di aver davanti un grande musicista. Oggi, comunque, non la tengo come regola fissa, anche il "riempitivo" va studiato ed eseguito dando il meglio. Lo avrai notato durante il concerto di stasera.

Ora usi la Steinberger, e la Les Paul Junior?
Nessun tradimento, solo che ho disegnato personalmente lo strumento e devo dire che, in quanto a manegggevolezza e praticità, è eccezionale. Anche i suoni che ne ricavo, pastosi ma al contempo duri, metallici sono quelli che ho sempre desiderato. La Les Paul rimane il mio amore, ce l'ho in camerino: non potrei separarmi da lei per troppo tempo.

Riguardo ai brani presentati durante il tour "NIght Od The Guitar" spiccano la bruciana "Theme From an Imaginary Western" e "Never In My Life" , una scelta precisa?
Certamente. La prima è il classico brano che avrei voluto scrivere io ma Jack mi ha preceduto; ho inciso quasi venti album ma quella canzone rimane la quintessenza della mia filosofia musicale, un concentrato di tutto ciò che Bruce avrebbe scritto per i Cream senza il veto di Eric Clapton. Riguardo a "Never In My Life" mi sono attenuto abbastanza alla versione di "Twin Peaks", aggiungendo forse più vibrato e sustain. Il discorso di "Mississippi Queen" è diverso; una specie di affettuoso tributo a Felix dato che era il suo brano preferito nonché il più grande hit dei Mountain. Ne avrei inseriti altri, magari parte della quell "Dream Sequence", ma lo spazio è quello che è e noi siamo in nove.

Come ricordi Felix e cosa pensi di sua moglie?
Non ne voglio parlare assolutamente, Felix è stato il mio migliore amico e un compagno di lavoro stupendo; la sua, è stata una morte inutile quanto stupida. Sua moglie, per me non esiste più e guai a chi la nomina.

Qualche tempo fa hai aperto alcuni show di Van Halen.
E' stato magnifico. Eddie mi ha procurato le stesse sensazioni che a suo tempo mi aveva dato Clapton; la gente dice che io ho iniziato dove Eric ha finito, parlo dei cream, io credo che Eddie abbia fatto lo stesso; è un vero genio della sei corde. Ricordo una jam con lui, Carlos (Santana) e Alfonso Johnson dopo un concerto, sono state tre ore incredibili. Forse qualcuno di loro possiede un nastro de quella magica serata.

Rimanendo nei grandi, hai suonato anche con Jimi Hendrix.
Tante volte, a New York. Anche la sera prima che lui partisse per Londra dove, dopo poche ore, sarebbe mancato. Penso che in quella occasione lui suonò il basso ed io la solista, ero come un ragazzino alla sua prima uscita: un'altra esistenza geniale buttata al vento.

Il debutto dei Mountain fu micidiale: il Fillmore East e subito dopo Woodstock. Dall'anonimto alle stelle in poche ore.
La nostra fortuna fu che il manager era lo stesso di Jimi e infatti fu lui a procurarci il posto sul cartellone. Jimi fu grandioso come sempre. Il giorno dopo eravamo sulla bocca di tutti, un pò di fortuna non guasta mai. Ero nervosissimo e non suonai al meglio, le continue occhiate dei compagni però mi rassicurarono e alla fine gli applausi furono proporzionali al mio peso.

Come vedi i chitarristi, oggi?
Abbastanza male. Su cento che suonano sono un paio riescono, e sai perché? Perché sono gli unici ad interpretare in modo personale ciò che suonano; è questo che distingue un musicista da un qualsiasi session man. Non scordartelo mai.

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