Miami Steve Van Zandt GuitarClub Agosto 1986

Paolo Battigelli 01 ago 1986
Il primo problema da risolvere riguarda la scelta delle canzoni. Le sessions si sono prolungate per giorni e notti ma, ancora, non si è venuti a capo di niente.

L'estate è afosa, Coney Island invoglia alla tintarella ma nella luce bassa dello studio C dei newyorkesi Record Plant la carnagione di Bruce Springsteen, John Landau e Mike Appeal è di un colorito spettrale.

La tensione cresce ora dopo ora; tutti sono consci dell'importanza di questo album, il terzo della carriera di Bruce, ma nonostante gli sforzi, non si riesce a decollare: una nota sbagliata, un accordo stonato, una frase metricamente imperfetta. Insomma, la situazione non è certo allegra. "Tenth Avenue Freezeout" pare stregata, Il Boss vuole aggiungere una sezione di fiati per dar man forte a Clarence Clemons, ma le note non escono e i Brecker Brothers, i più costosi turnisti della Big Apple, paiono impotenti di fronte alla sorte avversa: nulla da fare.

In un angolo, accovacciato contro il muro, un ragazzo osserva attentamente la scena. Poi, di scatto, si alza. La testa avvolta in uno sgargiante foulard, le mani sprofondate nelle tasche di un paio di jeans ormai sul viale del tramonto si ...
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avvicina con passo dinoccolato e con voce ferma esordisce:
Va bene ragazzi, lasciate perdere quelle stupide partiture e date retta a me


Il cicaleccio scema immediatamente. Il giovane canta le varie parti con tempi e inflessione di voce perfetti. Come d'incanto, il miracolo: la prima take è quella buona. Bruce tradisce un momento di defajane, ma si riprende subito. "Bene, da questo momento sei dei nostri", urla, "e sarai il mio chitarrista". La E Street Band ha trovato un leader.

Miami Steve Van Zandt nasce a New York, sua attuale residenza, il 22 novembre 1950. Irrequieto, pieno di temperamento e determinazione, prende lezioni di musica da suo padre Sam Lento e in breve diventa un vero esperto della sei corde. Le aule scolastiche, è un classico, gli vanno strette così decide di formare il suo primo gruppo, unendo in questo modo l'utile, qualche dollaro per tirare avanti, al dilettevole, suonare del genuino rock blues: suo unico, grande amore.

Appena quindicenne è già leader degli Shadows (niente a che vedere con l'omonima band di Hank Marvin) e l'anno successivo è voce solista e arrangiatore dei Source. Suoi indiscussi maestri sono i grandi rockmen e bluesmen di colore, nomi leggendari che hanno lasciato un'impronta profonda nel libro del rock: Little Richard, "Mr Soul" James Brown, "conosco a memoria ogni accordo di "Prisone of Love" e "Papa's Got a Brand New Bag", dirà anni più tardi, Sam Cooke e Robert Johnson. Proprio a Sam Cooke, sarà la velata tristezza o la disarmante dolcezza del carattere, assomiglia Johnny Lyon il futuro "Southside" Johnny. L'area del New Jersey è sempre stata un vero ricettacolo di talenti, un melting poi di situazioni e stili musicali che ci hanno regalato, e continuano a farlo, autentici geni delle sette note e Neptune, città natale di Johnny non fa eccezione. E' nelle sale dei piccoli club di questo paese di frontiera che Mr Lyon fa amicizia, affinità elettive si potrebbe dire, con Steve Van Zandt e lo stesso Bruce Springsteen.
Stare dietro a una consolle mi affascina. Scoprire, e servirmi, delle infinite soluzioni sonore che uno studio ben attrezzato è in grado di offrire mi appassiona
, dichiarerà durante un'affollata conferenza stampa ma, sempre più forte, torna a farsi sentire il richiamo della chitarra. Le asettiche pareti di una sala prove non bastano, ci vuole altro per appagare lo spirito zingaresco di Steve!

La rentreé avviene sui solchi di "Heart of Stone", capolavoro assoluto del trio Johnny-Steve-Bruce. La little track, un pezzo di Springsteen, è un blues tirato e sanguigno come da tempo non capitava di ascoltare; "Trapped Again" vede uno Steve letteralmente scatenato come, del resto, "Talk To Me" un vero pezzo di bravura. La parabola ha ormai raggiunto il culmine, e già dal seguente "The Jukes" (1979) Southside Johnny dovrà fare a meo dei due amici, in ben altre faccende affaccendati. Un altro nome, oltre naturalmente a quello del Boss, viene ora affiancato al chitarrista: Gary U.S. Bonds.

Gary Anderson, il soprannome "U.S. Bonds" è preso dalla frase pubblicitaria "Buy U.S. Bonds" che accompagna l'uscita del suo primo singolo "New Orleans", è un cantante famoso nei primi anni Sessanta, ben 5 Top Ten consecutive durante il biennio 61-62, ma nel giro di pochi mesi la dea bendata si scorda di lui relegandolo a "entertainer" di lusso in sofisticati "lounge bar" del mid west. I suoni ruvidi, grezzi e blueseggianti nella sua musica influenzano però Steve e Bruce che decidono di dargli una seconda possibilità.

Con la produzione del primo e la supervisione del secondo Gary incide "Dedication", un lavoro che risente forse in maniera eccessiva del sound della E Street Band, ma dove il cantante riesce a trovare la grinta ormai considerata solo un ricordo. Una delle canoni musicalmente meglio riuscite è senz'altro "Daddy's Come Home", non a caso uscita dalla fertile mente di Steve; una ballata sognante e romantica che conferma come il suo autore non sia soltanto un rocker incallito bensì un musicista completo, in grado di spaziare, con ugual bravura, dal blues alla canzone ballabile, dal rock "tosto" al funky della più bell'acqua. Omaggio ai bei tempi andati, "Dedication" riporta in orbita il nome di Gary e contemporaneamente permette a Steve di affinare la tecnica musicale in previsione dell'atteso debutto in versione solista.

Nel frattempo, però, collabora attivamente alla stesura di "The River" e prende parte al mega tour di Springsteen che durerà, salvo un mese "off", quasi un anno. Conclusa la massacrante tournè, Van Zandt torna nella sua cara Manhattan e comincia a lavorare al progetto "Men Without Women". La scritta sulla porta di entrata non lascia dubbi "session in corso, state lontani. Pena: la morte". Dentro, sciarpa annodata intorno al capo, stivali neri stile "vecchia filibusta" e pesante catena d'argento Steve dispensa consigli, impartisce direttive, accorda strumenti e alla fine imbraccia la fedele Fender. "Little Steve & The Disciples Of Soul" si leggerà sulla copertina, e i "discepoli" in questione sono musicisti tremendamente in gamba.

Alla batteria siede Pino Danelli, ex Young Rascals, al basso troviamo Jean Beauvoir dei Plasmatics mentre ospiti graditissimi sono Max Weinberg, Federici e Tallent già compagni nella E Street Band. La parola chiave del disco è "soul"; un'anima dalle profonde venature nere, uno spirito che risente dell'esperienza pluriennale al fianco del Boss e, in seconda battuta, delle radici blues di Gary U.S. Bond (ascoltate "Until The Good Is Gone" e capirete).

Lo stile chitarristico e la voce ricordano, per contro, un altro leggendario axe man, un chitarrista al quale, forse inconsciamente, il nostro è sempre stato vicino: Keith Richards. Fenderiani convinti, i due s'incontrano per la prima volta nei corridoi dei newyorkesi Atlantic Studios dove gli Stones stanno missando i nastri del doppio "Love You Live" e Bruce è alle prese con gli overdubbing di "Darkness On The Edge Of Town".

Steve fa subito amicizia con il blasonato collega: "Parlammo di tutto quella sera, non solo di musica. Mi raccontò alcuni episodi simpatici della tournèe europea degli Stones, della sua vita e di Mick Jagger. Poi andammo a mangiare un boccone in un locale giù al Greenwich Village".

"Sarebbe interessante lasciarli soli in uno studio e ascoltare" disse un giorno un tecnico di Bruce; chissà!
Richards a parte, il suono della Stratocaster in "Men Without Women" differisce notevolmente da quello di "Born To Run"nen"The River" e questo perché nella E Street Band le tastiere e la chitarra di Springsteen hanno sempre avuto il ruolo di protagoniste, dato anche che l'entrata di Steve nella Band risale alle sessions di "Born To Run" quando cioè, musicalmente parlando i giochi erano già fatti, mentre con i Disciples Of Soul ogni direttiva sonora parte dalla sua ritmica, si veda ad esempio il finale di "Lying In a Bad Of Fire" e l'incandescente intro di "Under The Gun".

Un parallelo può invece sussistere con lo spingsteeniano "The River", non tanto da un punto di vista meramente chitarristico quanto per un simile "modus pensandi" adottato in sala d'incisione. Come in quel caso, infatti, anche in "Men Without Women" si fa largo uso di microfoni panoramici e arrangiamenti "aperti", in modo tale da catturare i suoni nella loro dimensione più libera, più "live" pur restando tra le quattro pareti di uno studio.

Al proposito è interessante dare un'occhiata alle chitarre usate in quei brani: sono tre, e precisamente una Fender Stratocaster del 1957 con pickups originali e potenziometri nuovi di zecca, una Alembic e una Strato del 1965; tutte con corde Fender 3150R.

Strumenti sensibili e duttili che permettono a Steve di produrre suoni tipici Motown e Stax insieme ad un grezzo rock alla Stones: una miscela esplosiva che fa di questo 33 giri un piccolo classico, un gioiello dalle mille sfaccettature, dai cangianti riflessi. Il grande pregio dell'album è però un altro, quello di permettere, finalmente, a Steve di camminare con le proprie gambe "on the main street" abbandonando per sempre il ruolo, economicamente più remunerativo ma creativamente meno appagante, di spalla di lusso.

"Se a creare musica avessi preferito una pensione sicura", ammetterà, "sarei rimasto appiccicato alle sottane di Bruce: nessun problema e soldi a palate".

Little Steen (come si fa ora chiamare), invece preferisce vivere sulla cosiddetta "corsia del sorpasso", una "fast line" che farà di lui "The Voice Of America", un attacco acuto di patriottismo che lo colpisce nell'intimo, che lo impegna totalmente, al punto di dedicare il secondo sforzo solista all'America, alla sua riabilitazione e all'esaltazione dei diritti fondamentali dell'uomo.

"Potete sentirmi? Svegliatevi. Dov'è la voce dell'America?", urla nel microfono della title track, ed è l'inizio di un lungo inno rock.

"Prima di tutto ognuno odia gli Stati Uniti. Si avverte una costante indifferenza, un malcelato rancore verso la nostra bandiera" affermerà in uno dei tanti comizi politico-musicali. "Ogni giorno che passa mi sento più americano, una specie di irredentista con il sacrosanto compito di difendere il suo paese".

A suo parere, l'antiamericanismo dilagante ha radici profonde, che risalgono addirittura ad un'errata conduzione della politica estera durante l'ultimo conflitto, e per porvi rimedio sfoggia sul palco, tra le altre cose, un'enorme bandiera a stelle e strisce "con l'intento di far riflettere, di concentrarsi sui problemi importanti del mondo e dell'America".

La sua, è una vera e propria missione. "Mi sentivo investito di questo arduo compito, e fu allora che scoprii la forza della musica come mezzo di comunicazione, come veicolo in grado di sensibilizzare l'opinione pubblica".

I risultati, ma era facile prevederlo, non si fanno attendere. I due brani centrali, le violenta "Los Desaparecidos" e il reggae "I Am A Patriot", fanno discutere, arrivano alle alte sfere: una scarica di adrenalina che percorre la colonna vertebrale dei benpensanti scuotendoli dal loro primordiale torpore. "Il mare si aprirà per i giusti, un giorno. Non sono comunista, non sono socialista nè capitalista e neanche un imperialista: conosco un solo partito e il suo nome è libertà" (da "I Am A Patriot"). Una crociata, quella di "Voice Of America", che Van Zandt non intraprende da solo; sono con lui, nella calda estate del 1983, Jean Beauvoir al basso, Wee Weber alle tastiere, Dino Danelli alla batteria, Monti Louis Ellison alle percussioni e, mescolato tra i coristi, il vecchio amico Gary U.S. Bond. Ma la cosa forse più toccante è la dedica scritta in calce alla copertina interna "Voglio ringraziare Bruce Springsteen, vent'anni di amicizia senza i quali questo disco non sarebbe mai stato realizzato".

Se in "Men Without Women" prevaleva l'anima, qui sono i propositi, le buone intenzioni a emergere. La chitarra ha un ruolo, se è possibile, ancora più determinante: la Fender, amica fedele da anni, si fonde con Steve in capolavori insuperabili, come l'iniziale "Voice Of America", un roccaccio greggio e sudaticcio, come il riff assassino di "Justice", un brano che sembra uscire dai solchi del futuro "Sun City", e l'epica "Undefeated". "Voice Of America" è un lavoro totalmente "made in USA" e, più precisamente, riflette la vita, le gioie e le tristezze, gli splendori e le miserie della megalopoli newyorkese.

Concepito, scritto e registrato nella Big Apple, rappresenta l'appassionato e sincero contributo di un musicista alla causa, spesso considerata persa, della libertà e della giustizia per tutti i popoli: una "vox clamantis in deserto" tagliente come lama di un rasoio, fatta di suoni spigolosie acuminati. Van Zandt paga qui anche il debito con i maestri di gioventù, un debito a questo punto del tutto estinto. Oltre al citato Richards, non è difficile trovare molto di Jeff Beck, padre "musicale" ai tempi eroici degli Yardbirds e del J.B. Group, in "Out Of Darkness" (il riff centrale sembra preso pari pari da "Happening Ten Years Ago" anche se in quel brano, esempio unico nella storia degli Yardbirds, alla solista comparivano sia Beck che Jimmy Page) e spunti che ci riportano al Jimi Hendrix di "Axis:Bold As Love" (valga per tutti la dirompente "Justice"). Tra le righe, si possono leggere un paio di passaggi "firmati" da B.B. King e Mike Bloomfield: il tutto mescolato in un crogiuolo di note e sensazioni che Steve personalizza con impareggiabile bravura.

E' sulla scia di "Voice Of America" che il cantante decide di cancellare definitivamente l'immagine, ormai obsoleta, di chitarrista di Bruce per cominciare ad essere Mr. Little Steven. Punto e basta.
"Non voglio rinnegare il passato, sia chiaro, desidero solo brillare di luce propria" dirà, e i fatti gli danno pienamente ragione. Applauditissime tourmèe, dischi nelle zone "calde" delle classifiche e una maggiore considerazione negli ambienti che contano: Steve gira a mille!

Il momento non potrebbe essere più favorevole, l'occasione giusta per dare il via al progetto più ambizioso sinora realizzato: una campagnia antirazziale su scala mondiale, una specie di Live Aid in favore della popolazione di colore del Sud Africa. Il bersaglio scelto è una città all'apparenza tranquilla ma che, in realtà, cova un atavico odio per l'uomo di colore; Sun City.

Il cliché, ormai quasi istituzionalizzato, si rifà a precedenti illustri quali il Live Aid, il Farm Aid e il Band Aid con una differenza: non sono tanto i soldi il fine ultimo dell'operazione quanto il tentativo di smuovere la coscienza mondiale, farla riflettere sulle condizioni penose, al limite dello schiavismo, in cui versano gli abitanti di colore del piccolo stato del Bophuthaswana. Il gruppo di musicisti che Steve riesce a coinvolgere si battezza Artisti Uniti Contro l'Apartheid e ne fanno parte tutte le alte sfere del gotha musicale: da Lou Reed a Bob Dyklan, da Bono degli U2 a Jackson Browne al duo Hall & Oates. Per citare solo alcuni nomi.

L'aspetto più interessante è dunque quello politico musicale; un parto travagliato, avvenuto in circostanze alquanto precarie e giunto a buon fine grazie all'interessamento di un amico di Van Zandt impiegato alla CBS, Bruce Lonevall, il quale "nel tempo libero" aveva creato una piccola etichetta distribuita dalla EMI, la Manhattan.

La canzone "Sun Cithy" è pregevole sotto diversi aspetti. Innanzitutto si tratta di un rap funky-rock di rara efficacia, vetrina ideale per la tromba di Miles Davis, impegnato a sciorinare i migliori numeri del suo repertorio, e per la chitarra di Steve, una Stratocaster Vintage a detta del proprietario "assolutamente unica", poi perché l'incalzare delle strofe, ognuna cantata da un blasonato collega, imprime al brano un ritmo ossessivo dal quale non riesci a liberarti e infine per l'impatto non trascurabile del video che ne è stato tratto.

Al suono di "Non ho nessuna intenzione di suonare a Sun City" i musicisti, insieme ad una folla sempre crescente di amici, tecnici e passanti incuriositi, si ritrovano nella centralissima Washington Square, la porta del Greenwich Village. Nessuno strumento in evidenza, nessun pubblico plaudente ma la 5th Avenue come palco e il sole come impianto luci: bello, senza alcun dubbio. Diretto da Jonathan Demme, lo stesso che ha firmato la regia di "Stop Making Sense" dei Talking Heads, e prodotto da quelle vecchie volpi di Kevin Godleye Lol Creme (la loro ultima fatica è la clip di Lou Reed "No Money Down" dall'album "Mistrail"), il filmato alterna ad immagini in "diretta" spezzoni di manifestazioni, antirazziali in Sudafrica, con relative cariche della polizia, pestaggi e lanci di bombe lacrimogene, e sequenze di repertorio del vescovo Desmond Tutu e del leader Nelson Mandela.
L'album, sei canzoni in tutto compresa una seconda versione rap di "Sun City", non è precisamente il massimo del Van Zandt ae-man di talento che abbiamo lodato e apprezzato su solchi di "Voice Oc America" e "Men Without Women" ma la Fender non è lasciata completamente inattiva e qualche ruggito si fa sentire. D'altronde, va sottolineato, non era questo il proposito di Steve; la musica doveva servire come mezzo, un comodo ed efficace veicolo per diffondere un messaggio di pace e di speranza. Un plauso, invece, a "Silver And Gold" una ballata molto "bluesy" con gli Stones Wood e Richards in bella evidenza.

Vent'anni di matrimonio con le sette note sono davvero tanti, un traguardo molto ambito ma difficilmente raggiunto. Little Steven Van Zandt ce l'ha fatta, arrivando sul filo di lana in forma smagliante: La "voce dell'America" non ha nessuna intenzione di gettare la spugna.

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