AC/DC "Rock Or Bust"

Paolo Battigelli 31 lug 2016
Si intitola Rock Or Burst l’album degli AC/DC in uscita in questi giorni e che, come un meteorite che impatta il pianeta Terra, porta con sé clamore e scompiglio: per la fine dell’attesa di sei anni dei fan e perché la band ne sta passando di tutti i colori...

Non può passare inosservata la somiglianza tra la copertina di Back In Black (1980) e quella del nuovo Rock Or Bust (Columbia/Sony). In entrambi i casi - su uno sfondo completamente nero - troneggia il logo degli AC/DC con il titolo dell’album sotto, pur se - a distanza di 34 anni - il nuovo album della band australiana può sfoggiare una livrea da terzo millennio, opera dell’attuale computer art, mentre allora l’artwork era decisamente artigianale. Ma tant'é...

Le similitudini continuano...
Back In Black è il primo album realizzato dalla band australiana dopo la scomparsa di Bon Scott [vocalist] avvenuta il 19 febbraio 1979 in circostanze mai totalmente chiarite. [Soffocato dal suo stesso vomito dopo essere stato abbandonato in automobile d’inverno, in piena notte, completamente ubriaco e coperto soltanto da un plaid].

Rock Or Bust é il ...
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info intervista

AC/DC
Angus Young
Rock Or Bust
primo album realizzato dopo l’abbandono di Malcom Young per motivi di salute [pare affetto da demenza], ovvero il pilastro riconosciuto della band australiana. Un colpo (quasi) mortale, come appunto era stato quello della perdita di Bon.
A ciò si aggiunge la “questione Phil Rudd”, reo (presunto) di aver contattato un killer per uccidere un paio di persone nella lontana Nuova Zelanda! Tuttavia, pur nella gravità della situazione, la band continua...

Allora, al posto di Bon Scott era arrivato Brian Johnson: oggi é il nipote Stevie Young a sostituire suo zio Malcolm. [Stevie è figlio di Alex Young, il fratello maggiore (1938 – 1977), a sua volta cantante e chitarrista rock]

Persino la durata delle tracklist non si discosta di molto (non che la band sia mai stata prolissa...): Back in Black supera di pochissimo i 40 minuti, oggi Rock Or Bust supera di qualche secondo i 34.

Buon segno, dirà qualcuno, considerando che Back In Black si è rivelato in assoluto quello di maggior successo, vendendo oltre 50 milioni di copie nel mondo (22 milioni soltanto negli Stati Uniti) risultando secondo solo a Thriller di Michael Jackson.

In effetti, l’attesa dei fan era spasmodica: alimentata dalle vicissitudini di cui si diceva prima – certo – ma pure dalla curiosità di constatare se, a distanza di 6 anni dal successo mondiale di Black Ice (2008) [8 milioni di copie vendute], Angus e soci fossero riusciti a mantenere accesa la fiamma della creatività.

L’impressione è che l’assenza di Malcolm in fase di composizione si faccia sentire; a dimostrazione, semmai ce ne fosse bisogno, che egli era realmente la trave portante della band. Angus Young si deve essere sentito spaesato tra le mura del Warehouse Studio di Vancouver, alle prese con l'arduo compito di imbastire i nuovi brani, con Brian Johnson a dargli una mano con i testi. Sta di fatto che – e qui le similitudini con il fortunatissimo Back In Black purtroppo terminano – gli 11 brani di Rock Or Bust non paiono (tutti) all’altezza del glorioso blasone.

Di contro, Rock Or Bust ha i suoi colpi in canna e bisogna ammettere che Angus e soci non si sono risparmiati. Sound pulito e potente e momenti di grande rock: chitarre in primo piano, come è giusto che sia, groove di Phil Rudd a dettare il beat e la voce di Brian ruvida come carta vetrata. Un album duro e spigoloso, pur se le rock ballad non mancano.

Tutto molto ben fatto ma, se qualcuno affermerà che l’assenza di Malcolm Young non si nota, saprà di mentire. Il suo ruolo, oltre che di compositore e arrangiatore, era soprattutto quello di regista, di deus ex machina. Nessuno come lui sapeva annodare i fili del mood degli AC/DC, amalgamando tutto con consumata abilità ed estro.

Naturalmente Angus, Brian, Phil e Cliff [Williams, il bassista] - professionisti con 40 anni di onorato servizio alle spalle - hanno imparato a cavarsela in ogni situazione ed é per questo che Rock Or Bust riesce a sfoderare gli artigli e regalare emozioni.

Prima che l’album venisse ufficialmente annunciato, Brian Johnson aveva dichiarato: “è stato molto difficile mettere mano a un nuovo album senza Malcolm...” al punto che il titolo avrebbe dovuto essere Man Down [letteralmente uomo a terra], poi cambiato perché ritenuto troppo negativo...

AC/DCRock Or BurstColumbia/Sony
Per essere il quindicesimo album di un pimpante 59enne [Angus] e l’ottavo di un 67enne [Brian], Rock Or Bust (rock o morte) è vigoroso ed intrigante: un album che ripercorre l’inconfondibile AC/DC style: riff semplici e incisivi, chitarra distorta (ritmica e solista) in primo piano, cantato aggressivo e interpretazione da veri ragazzacci” innaffiata di ironia. Come dire, il rock nella sua forma più immediata e diretta.

Registrato presso il Warehouse Studio di Vancouver (Canada), prodotto da Brendan O’Brien e mixato da Mike Fraser, l’album si apre con le note spigolose e ficcanti della title track: riff alla AC/DC e assolo ad effetto di Angus Young. Brian canta da par suo “We be a guitar band / We play across the land...”, mentre il ritornello rimarca “In rock we trust/ It’s rock or bust!” “Questo brano racchiude la filosofia stessa della band...” - spiega Brian Johnson - “... ed è ciò che facciamo da 40 anni!”

Segue Play Ball, secondo singolo. Ottima intro, chitarra in primo piano e Brian onnipresente: ritmica però sottotono. Rock The Blues Away offre esattamente ciò che promette, un rock/blues di fonte, cristallino e trasparente. Angus ci sguazza, così come Brian, colto in una delle sue prove migliori, mentre il testo recita: “Rock The Blues And Play / Up All Night And Day / Drink The Night Away / Till The Light Of Day...”

Dogs Of War si sintonizza con il rock energico, quello sotto steroidi, e così anche Got Some Rock And Roll Thunder.
In linea generale, il nipotino Stevie Young (... si fa per dire, visti i suoi 58 anni!), si muove con cura e precisione: senza uguagliare le intuizioni felici di suo zio Malcom, ma ben guidato da Angus. La vera prova sarà sul palco...

Hard Times è un rock/blues sudaticcio con tanto di (ottimo)
assolo di Angus nel finale, mentre Baptism By Fire fa calare le quotazioni: per un gruppo come gli AC/DC... il minimo sindacale! Rock The House risale la china, grazie a un suono pregno e una chitarra che fa scintille (riff che conquista da subito e assolo da manuale...), mentre l’album va a terminare sulle note di Sweet Candy con un ficcante assolo di Angus nel finale. Emission Control, infine, chiosa in sordina.

Ricorda Brian Johnson: “... mi dissero [i fratelli Young] abbiamo questo riff e il titolo, Back In Black, ma è tutto. Siamo indecisi sul da farsi. Allora presi il microfono e ci urlai dentro le due parole del titolo. Drizzarono le orecchie e dissero soltanto ‘parliamone!’ Sembravano una mente sola divisa in due cervelli. Il risultato? Il sound più incredibile che il rock avesse partorito prima di diventare heavy metal!” Questa è la magia che accadde allora e che, comunque vada, tale resterà nel libro della storia del rock...

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