Allan Holdsworth La tecnica al servizio del sentimento GC Ottobre 1987

Daniela 01 gen 1970
Allan Holdsworth è sicuramente tra i chitarristi più innovativi dell'ultima decade, sia per le avventurose soluzioni armoniche, sia per l'inconfondibile fraseggio servito da un timbro particolarissimo.
Col passare degli anni la chitarra di Holdsworth ha assunto un suono sempre più corposo, ma la sua caratteristica principale è l'espressività drammatica degli assoli, ottenuta con un controllo millimetrico del bending e dei legati. L'originale uso del vibrato avvicina le finezze timbriche della sua sei corde alla modulazione della voce umana, anche se Allan preferisce paragonarlo al fraseggio di un sassofono.
La liricità delle sue linee melodiche e i fluidi glissati derivano dal violino, strumento che studiò da autodidatta e utilizzò fino a qualche anno fa sia in concerto, sia su disco (cfr. i brani "Karzie Key" da Velvet Darkness e "Temporary Fault" da I.O.U.).
Gli accessori elettronici (come digital delay e harmonizer) o le innovazioni di tecnica chitarristica (come l'hammering a doppia mano) sono utilizzati con naturalezza, inseriti fluidamente in uno stile ricco di sentimento che rifugge il vuoto virtuosismo. Anche i passaggi più acrobatici e inusuali sono calibrati in funzione delle ricche strutture armoniche, perché il lato compositivo è importantissimo per Holdsworth, sempre alla ricerca di melodie insolite.
La sua originalità ...
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info intervista

Allan Holdsworth
Sand
progressiva l'ha reso un caposcuola a cui si sono ispirati parecchi solisti di fama: ricordiamo l'aggressivo Bill Connors, il genialoide David Torn e lo Steve Khan ultima versione, come appare nei Weather-Up-Date di Joe Zawinul.
La musica di Holdsworth non è facilmente definibile, perché unisce l'aggressività del rock all'accuratezza e all'avventurosità del jazz (una definizione calzante potrebbe essere "metal-fusion").
Il suo stile composito scaturisce dalle numerose esperienze in gruppi molto diversi, comunque orientati alla ricerca. Quasi tutte le sue collaborazioni hanno lasciato una grande impronta, perché Allan ha sempre preferito suonare in formazioni di cui era membro effettivo, anziché comparire come session-man.

BREVI CENNI
Holdsworth imbraccia la chitarra solo a 18 anni, con l'approccio intellettuale da persona già matura che segue la musica come attento ascoltatore.
Le sue prime esperienze sono nella contorta giungla del jazz Inglese, sul finire degli anni '60; lavora con il batterista John Stevens, che lo introduce alle gioie e dolori del free-jazz.
L'ingaggio nei Nucleus del trombettista Jan Carr rappresenta il primo incontro ufficiale con il jazz-rock, documentato dall'album Belladonna. Il produttore del disco è Jon Hiseman, batterista dei disciolti Colosseum, che gli offre il ruolo di solista nel suo nuovo gruppo rock Tempest.
La formazione dura poco più di un anno, Allan ne approfitta per entrare nella nuova versione elettrica dei Soft Machine e sconvolge il loro sound in Bundles.
E' il 1975, il batterista Tony Williams lo convoca per completare i New Lifetime, nel ruolo che un tempo fu di Mc Laughlin: è la grande occasione per affacciarsi sulla scena americana e colpire l'attenzione di George Benson, che lo propone al produttore Creed Taylor per un album solista. Nasce così Velvet Darkness, il primo disco di Holdsworth come titolare, confezionato con una certa fretta e perciò abbastanza immaturo malgrado gli ospiti illustri Alphonso Johnson e Narada Michael Walden.
Sciolti i Lifetime, Allan accetta l'offerta di Pierre Moerlen per i risolti Gong; il chitarrista dà un'impronta molto aggressiva al sound del gruppo, guidando con autorità l'album a vertici frizzanti (Gazeuse!).
Un altro rapido blitz in terra americana, per apparire al fianco del violinista Jean-Luc Ponty nell'LP Enigmatic Ocean e due mesi dopo è già alla prese con nuove sperimentazioni creative nel primo quartetto del batterista Bill Bruford.
Il sodalizio dura tre anni, il tempo di realizzare due ottimi album, che ancora oggi conservano intatta la loro freschezza, e di fondare con Eddie Jobson e John Wetton il quartetto U.K., sulle orme del progressive-barocco dei King Crismon.
Allan ha un ritorno di fiamma per il jazz e lascia Bruford per collaborare con il pianista Gordon Beck; il 33 giri The Things You See è una delle rare occasioni per ascoltare il nostro eroe alle prese con la chitarra acustica e per capire che gran parte del suo stile sta nelle dita, non nell'amplificazione.
Il 1982 vede il concept del suo trio I.O.U. con Gary Husband e la registrazione di un bell'album per un'etichetta autogestita.
Il successivo Mini-Lp Road Games è il tentativo di raggiungere un pubblico più vasto con l'aiuto di una casa discografica multinazionale: la musica rappresenta una pietra miliare nella storia della chitarra elettrica, ma è troppo impegnata per sfondare commercialmente.
I due dischi successivi (Metal Fatique e Atavachron) ampliano ulteriormente il suo stile unico e lo consacrano come vero oggetto di culto da parte dei fans fedelissimi.
Oggi Holdsworth ha 38 anni ma la sua musica non li dimostra, sempre tesa alle innovazioni e al dinamismo.
Dopo anni d'attesa, Allan è venuto per la prima volta in Italia con il suo trio, per una serie di concerti in tendem con la band di Stanley Clarke.
Il pubblico lo ha accolto entusiasticamente, addirittura con striscioni di benvenuto in stile calcistico.
L'esibizione con i fratelli Chad e Bob Wackerman ha confermato la sua classe inimitabile, infuocata da una grinta ancora superiore ai suoi dischi.
A dispetto dell'aggressività della sua musica, Allan è una persona abbastanza timida ma disponibile al colloquio: lo abbiamo colto al volo nei camerini subito dopo il concerto.

Intervista in esclusiva
Hai suonato un paio di brani nuovi, parlami del tuo prossimo album...
Si chiama Sand ed esce in Europa per la mia solita etichetta, l'Enigma, mentre in America è pubblicato dalla Relativity (la stessa casa discografica della Mahavishnu Orchestra). Sulla prima facciata suonano Jimmy Johnson al basso e Gary Husband alla batteria, mentre il drummer della side two è Chad Wackerman. In pratica sono due band diverse perché Gary ha uno stile molto aperto e spaziale, Chad invece ha un drumming più nervoso e aggressivo, quasi rock in certi momenti. Mi trovo molto bene con loro perché sono dei veri amici con cui ho lavorato a lungo e l'intesa è perfetta.
Hai usato molto il Synth-Axe nella registrazione?
Ho imparato a usarlo meglio, perché lo possiedo da più di un anno. Facendo molta sperimentazione ho capito davvero quali sono le sue possibilità ed ho preso confidenza con la risposta al tocco. Alcune novità di questo disco nascono proprio dall'esplorazione più matura di sonorità nuove; quando ho registrato Atavachron l'avevo appena preso e quindi avevo ancora l'approccio superficiale.
Quali sintetizzatori hai collegato al tuo Synth-Axe?
Ho interfacciato vari expander Oberheim e Yamaha TX 7. Quando suono accordi, spesso uso contemporaneamente diversi moduli con timbri differenti per le singole corde, per ottenere una maggiore profondità di polifonia; questo è possibile assegnando canali Midi separati alle sei corde.
Ho notato che soffi anche in un tubicino per dare l'inflessione del respiro al fraseggio dei tuoi assoli al Synth-Axe. E' un normale Breath-Controller, o è qualche diavoleria studiata apposta per il tuo strumento?
E' un semplice breath-controller, che può essere usato come optional in certi synth. Mi è sempre piaciuta la flessibilità degli strumenti a fiato ed io stesso avrei voluto suonare anche il sax. Controllando con il respiro la dinamica del guitar-synth riesco ad ottenere un'espressività che non potrei mai raggiungere con le dita, nè con alcun pedale.
A proposito del tuo timbro inconfondibile di chitarra elettrica, quali sono i segreti per ottenere quel suono?
Ah, non ci sono segreti! Non uso trucchi particolari, non adopero processori speciali per la distorsione. Semplicemente aggiungo profondità al suono del mio amplificatore con qualche effettino, tipo digital delay o riverbero.
(N.d.R. - Holdsworth non vuole sbottonarsi troppo su questo argomento, ma sbirciando off-stage fra la sua attrezzatura, scopro che il "qualche effettino" citato da Allan è in realtà una completa struttura di pre-amplificazione, comprendente una quindicina di rack sovrapposti in due box semi nascosti sul palco: fra gli apparecchi alcuni stereo digital delay, digital reverb e flanger dell'ADA Signal Processor, equalizzatori e compressori T.C. Electronics, pre-ampli Rockman, harmonizer Yamaha).
Potrai dirmi almeno qualcosa dei tuoi amplificatori! Ho notato che in concerto usi due Roland con speaker Marshall.
Beh, per questa tournée condivido alcuni degli amplificatore di Stanley Clarke. I Roland vanno bene per le ritmiche o gli arpeggi, ma per le parti soliste uso i Pearce: sono degli ottimi amplificatori fabbricati a New York, che ho scoperto da un paio d'anni a questa parte.
Usi sempre quelli in sala d'incisione?
Sì, adoro il suono dei Pearce e anche degli Harley-Thompson che adoperavo prima. Per le parti ritmiche infilo la chitarra direttamente al mixer. Gli assoli li registro in mono, con un unico microfono ambientale, senza nessun effetto aggiunto; se c'è bisogno di qualche colore in più lo aggiungo in fase di mixaggio. Dal vivo uso lo stereo delay anche per le frasi soliste.
Hai applicato qualche pickup particolare alle tue chitarre?
Sono i pickup che ho sempre usato, i Seymour Duncan. Mi piacciono le chitarre Steinberger per la loro maneggevolezza e per il sustain incredibile che hanno; ogni tanto uso anche delle Ripley Hex.
Utilizzi diversi tipi di accordatura per i vari brani o usi un unico tuning?
Uso solo l'accordatura normale, le strings sono Ernie Ball o Kaman per la loro elasticità al bending e per il loro sustain.
Le tue composizioni utilizzano armonizzazioni inusuali. Hai inventato anche nuove posizioni per le dita sul manico o nuovi accordi?
Non credo di aver inventato di sana pianta nuovi accordi, casomai credi di adoperare tutti quelli esistenti senza fossilizzarni sui soliti schemi. Semplicemente riproduco le progressioni che mi vengono in mente, mi hanno sempre interessato i diversi sviluppi armonici di una stessa linea melodica. Anche nei miei assoli cerco di sfruttare a fondo i contrasti e le dominanti degli accordi del tema.
Tournée Road Games uscì come mini-album, invece del formato LP?
Fu una scelta della Warner Brothers e del produttore.
Io avevo pronto il materiale per un album intero, ma loro preferirono saggiare il mercato con una realease a prezzo ridotto. E' il guaio di lavorare con una major label, devi essere pronto a decisioni anche assurde.
Fra tutti i gruppi con cui hai collaborato, quale ritieni più importante per la tua esperienza di chitarrista?
Sono tutti importanti. Ho lavorato con formazioni molto diverse fra di loro che hanno contribuito a formare il mio stile attuale. Forse le mie prestazioni migliori sono state nel quartetto di Bill Bruford.
Suoneresti ancora con lui?
Oh, ben volentieri. Se mi chiedessero di registrare alcuni dischi con lui accetterei di buon grado, perché è un musicista molto intelligente.
Come mai il vostro gruppo U.K. con Jobson e Wetton durò soltanto il tempo di un disco?
In tournée Jobson ci licenziò, diceva che io e Bill rendevamo il sound troppo intellettuale e per colpa nostra il disco d'esordio non aveva avuto il successo sperato. Jobson e Wetton fecero altri due album senza di noi, ma non riuscirono comunque ad arrivare nei top ten. Ad ogni modo ce ne saremmo andati lo stesso, anche se non ci avesse spinti a farlo, perché ci interessavano altri tipi di musica.
Hai suoonato per parecchio tempo con Jeff Berlin, che ricordo ne hai?
Jeff ha un carattere molto intuitivo e simpatico: l'ho conosciuto nel gruppo di Bruford e poi è stato nella mia band per un anno, eravamo molto affiatati. Ha lasciato il mio trio perché aveva bisogno di sfogare la sua creatività e di formare un gruppo tutto suo; purtroppo ultimamente si è dato troppo al rock duro, è un vero peccato perché è uno dei migliori bassisti in circolazione.
Il tuo stile ha fatto scuola a molti chitarristi. Cosa ne pensi dei solisti che tentano di imitarti, come ad esempio Bill Connors?
Ah, Connors! Questa è una domanda che mi viene posta spesso. Imitare non è certo bello, perchè ti costringe a perdere qualcosa della tua vera personalità. Mi ricordo quando Bill Connors assomigliava solo a se stesso, era un chitarrista interessante: ora non è più nessuno, perchè non ha più uno stile personale. Mi sembra che suoni in modo innaturale, presuntuoso, perché vuole stupire gli ascoltatori, ma in realtà è incredibilmente ottuso...
Vuoi dire che non c'è nessun feeling nel suo fraseggio...
Sì, gli manca qualcosa proprio perché non è farina del suo sacco, è tecnica vuota. Peccato, era un chitarrista che mi piaceva, lo ascoltavo e stimavo il suo stile di un tempo, ma ora non riesco più ad ascoltare i suoi dischi. Copiare gli stili altrui è una vera perdita di tempo, non otterrà mai nessun riconoscimento, perché il pubblico capisce che non è la sua vera personalità. C'è una grossa differenza tra essere influenzato da un collega e copiarlo di sana pianta.
Le influenze musicali sono un'ottima cosa, servono ad arricchire il bagaglio stilistico: io stesso sono influenzato da tutto quello che ascolto, intendo anche sassofonisti o tastieristi, non solo chitarristi.
E quindi quali sono i tuoi chitarristi preferiti?
I miei preferiti sono quelli che hanno uno stile personale e se ne fregano delle mode, come John Mc Laughlin o Pat Metheny.
Fra i solisiti delle nuove leve, quali ritieni potranno indicare nuove direzioni per la chitarra?
Mi piace molto Eric Johnson, (c.f.r. album solista Tones per la Reprise), anche Scott Henderson e David Torn hanno delle idee interessanti. Tra i meno noti, apprezzo molto Frank Gambali e poi c'è un chitarrista inglese assolutamente fantastico, Steve Topic.
In quale gruppo suona?
Non ha un gruppo stabile, passa spesso da una formazione all'altra perché ha uno stile molto strano, ma ti assicuro che è veramente grande, quasi rivoluzionario, prima o poi ne sentirai parlare.
Quali sono invece le tue prossime mosse? Hai in programma qualche collaborazione con altri musicisti?
Non ho ancora piani precisi in proposito. Mi piacerebbe moltissimo realizzare un album live, probabilmente registrerò alcuni concerti del tour americano, dopo l'uscita di Sand.

LE CHITARRE DI
Come già preannunciato da Holdsworth in persona, il suo nuovo album è completamente dedicato all'esplorazione delle frontiere aperte dal Synth-Axe.
Per valorizzare in pieno la ricchezza timbrica dello strumento, Allan ha scritto partiture estremamente complesse, spesso sganciate dalle regole armoniche consuete: da questo punto di vista Sand è più coraggioso del notevole predecessore Atavachron.
Pur di approfondire il linguaggio personale in una direzione avulsa dalla tradizione chitarristica, Holdsworth abbandona certi connotati metal-jazz per abbracciare una musica futuristica a 360 gradi; chi vorrà studiare dal punto di vista armonico o trascrivere questi brani, troverà numerose innovazioni e tecniche mai fini a se stesse.
Per quanto riguarda l'ascolto, il guitar-synth raggiunge una perfezione ed una complessità nelle parti d'accompagnamento mai ascoltare prima d'ora: la maestositàdei pieni orchestrali e la sottigliezza dei dettagli sembrano scaturire da un arsenale di tastiere, eppure è ugualmente evidente che il tocco di base è chitarristico ("Sand", "Clown").
Negli assoli Allan adotta diversi artifici per colorire l'espressione, come il breath-controller per dare una qualità fiatistica al Synth-Axe, ottenendo risultati poetici che fanno dimenticare l'accurata premeditazione tecnologica ("Distance Vs, Desire"). Malgrado la predominanza di guitar-synth, Holdsworth riesce a sbalordire ancora con la flessibilità umana degli assoli sull'elettrica Steinberger, sulle ali di un fraseggio inimitabile: le urla strappabudella di "Pud Wud" e la caduta libera a volo d'agelo di "Bradford Executive" sono autentiche lezioni di recitazione chitarristica.
Per completare l'incontenibile smania creativa di Holdsworth in five-string bass di Jimmy Johnson risolve con imponente corposità gli spartiti complicati, mentre la batteria è plasmata da Chad Wackerman e Gary Husband per fornire una robusta propulsione impressionistica.
Il finale del disco apre un'altra porta sul futuro, con la partitura impossibile per computer MacIntosh "Mac Man", combattuta da un assolo marziano di Synth-Axe.

di Massimo Bracco

SINTHAXE E STEINBERGER
Ai concerti italiani Holdsworth si è esibito con due strumenti: la chitarra elettronica SynthAxe e la mini solid body Steinberger. Sicuramente non due strumenti convenzionali, ma che contribuiscono a sottolineare l'ecletticità di Allan anche come ricercatore di suoni. Vediamoli nel dettaglio anche se brevemente.
Il costruttore consiglia di non vedere la SynthAxe come una chitarra, perché un simile approccio mentale porrebbe dei limiti per un veloce apprendimento. Che cos'è dunque se non una chitarra?
La reale funzione è quella di essere uno strumento di "dialogo" con sintetizzatori esterni (fino ad otto) via Midi.
Non ha generatore proprio di suoni, ma può essere collegato con strumenti di altre marche, sia polifonici che monofonici perché dotati di connessione Midi.
In che cosa si diversifica da una normale chitarra?
In primo luogo il manico pur assomigliando al tradizionale strumento a sei corde non ha i tasti distanziati progressivamente, ma ha lo stesso spazio tra un tasto e l'altro per tutti i 24. La ragione è molto semplice: i tasti, al pari delle corde, non producono note ma solo input tradotti poi in informazioni da microprocessori. Se ne deduce che lo strumento non è mai scordato, o miglio l'accordatura non dipende dalla tensione fisica delle corde ma è controllata digiralmente. Quindi anche la tensione delle corde può essere regolata a piacere, per rendere confortevole ogni impostazione personale.
E' dotata di leva vibrato sempre a funzionamento elettronico e di sei pulsanti a tastiera per attivare le sei corde contemporaneamente (o un numero a scelta), ed ottenere effetti simili alle tastiere come suoni tenuti (tappeti) oppure strappati per le sezioni fiati.
Allan Holdsworth dal vivo ha usato anche il breath control, in pratica un tubicino in gomma da controllare con la bocca per modulare alcune sonorità, in particolare quelle di flauti o legni con effetti molto verosimili.
La chitarra Steinberger non ha certo bisogno di molte presentazioni, poiché è stata la prima, alcuni anni fa, a dare l'avvio alla moda dei modelli senza paletta (headless).
Non solo, ma sia il corpo che il manico in grafite e la forma molto contenuta ne fanno uno strumento particolare, molto professionale anche per il prezzo di vendita, e dotato di elettrtonica attiva.
Con la Steinberger Holdsworth otteneva il suono tipico che lo contraddistingue, imperniato sui medio acuti, ricco di sustain e a distorsione contenuta; usava in modo particolare la leva vibrato toccando con la mano destra il ponticello e rilasciandolo immediatamente.

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