JULIE’S HAIRCUT Invocation And Ritual Dance Of My Demon Twin

Francesco Montalto 17 apr 2017
A tre anni di distanza dall’ultimo album – Ashram Equinox – tornano sulle scene i Julie’s Haircut e lo fanno, ancora una volta, con un lavoro fortemente caratterizzante come Invocation And Ritual Dance Of My Demon Twin uscito lo scorso 17 febbraio.

Il percorso della band emiliana è sempre coerente con una visione sperimentale della musica che negli anni ha prevalso su tutto il resto ed il nuovo Invocation And Ritual Dance Of My Demon Twin (settimo lavoro), è il punto più alto della loro arte: il disco maturo, come si dice in questi casi.
Nel nuovo full lenght, oltre alla consolidata consapevolezza della band in quanto ad abilità (visionarie) di compositori, c’è quella completezza e perfezione tipica di quei dischi che difficilmente riusciranno a ripetersi: una struttura fatta di lunghe session strumentali, in grado di creare un caleidoscopio di immagini astratte e asimmetriche da entrelacement. Una estasi che rapisce l’ascoltatore da subito, trascinandolo in trame sonore fitte, ricche di imprevedibilità e colpi di scena.

Continuo è l’alternarsi di suoni tradizionali (chitarre elettriche, piano, batteria, synth) e “rumori” artificiali, spalmati tra rock old style (The Fire Sermon) ed elettronica; con la sezione ...
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JULIE’S HAIRCUT
Invocation And Ritual Dance Of My Demon Twin
Rocket Recordings
dei fiati che riesce a consegnare quell’eleganza che, da un disco del genere, tutto sommato non ci si aspetta. La voce, dal canto suo, viene utilizzata spesso come ulteriore effetto tra la miriade di giochi sonori, diventando in alcuni casi protagonista anche attraverso testi efficaci, che non fanno che aumentare la lisergica atmosfera di un album che parte in sordina per poi crescere ed esplodere in un turbinio di suoni dal ritmo ipnotico.

Un lavoro da ascoltare nella sua interezza ma che ha tre punti di riferimento: Zukunft, il brano che rispecchia maggiormente l’evoluzione dei Julie’s e la loro ecletticità e che risente delle atmosfere di lavori passati, è un delicato piano elettrico al quale man mano si aggiungono gli altri strumenti, creando un collage di suoni in bilico tra free jazz e minimalismo. Gathering Light è l’apice del disco, un brano rock dalle venature cupe e dall’andatura angosciosa, con l’interessante assolo acido e distorto di chitarra che segna quasi il cambio di passo e di ritmo a metà del pezzo. Koan, a cui è affidata la chiusura, è una sorta di reverberi sonori quasi sussurrati che vanno a sfumare dando il senso dell’improvvisazione, una delle chiavi fondamentali dell’album in questione.

E’ una vera e propria danza rituale quella dei Julie’s Haircut: una musica senza confini che sarebbe un peccato etichettare.

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