Un posto dove mandare in vacanza la nostra chitarra? Oggi esiste!

Stefano Xotta 05 lug 2017
Un posto dove mandare in vacanza la nostra chitarra? Oggi esiste!

Tutti noi, specialmente dopo i periodi di lavoro più intensi e stressanti, ci troviamo a sognare una vacanza. Un periodo in cui rilassarci, prendere le cose con comodo e ricaricare le pile affinché ripristinarci a livello psico/fisico e tornare carichi di energia.
Noi chitarristi adoriamo la nostra sei corde, però la sottoponiamo ad un uso estenuante: ecco allora che talvolta anche la nostra chitarra sogna un periodo di vacanza! Sogna di andare in un posto dove possa essere coccolata e rimessa a nuovo; un posto in cui ogni sua caratteristica venga messa a punto ed enfatizzata e le consenta poi di dare il 100% tra le nostre mani.

Credeteci, un posto simile esiste e si trova nelle vicinanze di Bologna!
Diciamo “nelle vicinanze” perché le Terme Emiliane – come amano definirle i mastermind del progetto – sono una realtà collocata sull’asse tra Bologna e Sant’Agata Bolognese.

I due mastermind, ovvero le due menti dietro questo progetto nato dall’esigenza di concretizzare una passione sconfinata per la sei corde, sono Fabio e Migi, due nomi molto seguiti sulle pagine social e sui siti che hanno ideato.

Fabio e Migi sono due super appassionati di sei ...
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corde, in particolare delle chitarre Ibanez, ed infatti li abbiamo incontrati alla prima tappa dell’Ibanez RG 30 Anniversary Tour alla Blueshouse di Milano. In particolare, Migi gestisce un suo sito (denominato ibanez87.it) tramite cui, oltre a collezionare scatti fotografici di un sacco di Ibanez custom e rarità varie, dispensa parecchi consigli su come regolare queste chitarre nel dettaglio, rappresentando un vero punto di riferimento per tantissimi chitarristi nazionali.

Riportiamo di seguito che cosa ci hanno raccontato Fabio e Migi durante la nostra chiacchierata…

Oggi la vostra attività è parecchio conosciuta sui social ma, partiamo dagli inizi. Come è iniziata la vostra passione per la chitarra e in che modo la avete coltivata?

Migi – Era il 1986 quando in casa arrivò una fantastica Ibanez Roadstar regalata a mio fratello. Non avevo idea di cosa fosse, ma un giorno, di nascosto, la smontai per vedere come era fatta dentro e come funzionasse quell’accrocchio con una leva attaccata sopra [il ponte tipo Floyd]. Successe che riuscii a rimontare la chitarra perfettamente [perlomeno suo fratello non si accorse di niente] e decisi di imparare a suonarla. Anni dopo anch’io mi feci regalare una chitarra e la usai come cavia per imparare le regolazioni e i settaggi. La voce si sparse nel mio paesino di campagna di 5000 anime, e cominciarono ad arrivare lavori dagli amici del fratello, dagli amici degli amici e così via. Ed eccomi all’oggi. Ho sempre avuto il pallino di adattare/sistemare le cose secondo le mie preferenze, dalla bici alle scarpe: in questo caso, unisco passione e naturale predisposizione.

Fabio – Sono sempre stato attratto sia dalla musica, e in particolar modo dai chitarristi, che dall’elettronica in generale. Da ragazzetto modificavo le macchinine elettriche sostituendo i motori con altri presi ovunque, spesso smontando elettrodomestici di casa! Successivamente, grazie a mio padre a cui piace la musica, mi sono avvicinato al mondo della chitarra ascoltando ciò che ascoltava lui, quindi Pink Floyd, Dire Straits, Bruce Springsteen, Eric Clapton e così via… Arrivò il momento della mia prima chitarra, che in realtà mi feci regalare da mia nonna per un compleanno, ed era una Squier Stratocaster Japan esteticamente simile a quella di Mark Knopfler. Da lì all’iniziare con le modifiche sugli strumenti è stato un attimo… Appena scoprii che era possibile cambiare pickup ed elettronica in generale, iniziai a fare i primi esperimenti con relativi danni… sulle mie chitarre! [ride] Con gli anni e i continui esperimenti ho raggiunto un livello tale da riuscire a modificare il suono di una chitarra elettrica senza necessariamente sostituire i pickup, ma semplicemente lavorando sopra i pickup stessi ed i vari filtri dell’elettronica all’interno dello strumento.

Migi, cosa ti ha spinto a creare il sito ibanez87?

Migi – Ibanez87 nacque per sfogare due mie grandi passioni: la chitarra elettrica (come puro oggetto estetico) e la fotografia. Mi incantavano le immagini sui cataloghi Ibanez anni ‘70 e ‘80 e, soprattutto, il come potesse essere possibile creare allora tanta perfezione senza l’utilizzo del digitale... I primi vagiti del sito nacquero con la macchina analogica ed ogni settimana portavo a sviluppare un rullino dal fotografo che mi guardava sempre con l’espressione tipo “che figata le foto alle chitarre smontate”… Nel frattempo, sui forum, litigavo spesso con i vintagisti che sfottevano la mia passione per il marchio nipponico. Da qui la mia decisione, con un obiettivo riassumibile in “Troppo vintage in Italia. Adesso ve lo faccio vedere io!” Registrai il dominio, misi le chitarre su un tavolino 60x60, telo nero, due lucette alogene e via con le foto (fatte peraltro con una macchinetta compatta da 2 megapixel). Certo, non erano un granché, foto piccole e giallognole, ma all’epoca del modem 56k non c’era molto di meglio in rete, soprattutto riguardo a certi dettagli ancora inediti… In tutti i casi, sto ancora cercando di imitare quelle gloriose fotografie dei vecchi cataloghi. Quanto mi piacerebbe essere stato lì a vedere come nascevano!


Fabio, in cosa consiste il tuo lavoro di upgrade dell’elettronica di una chitarra?

Fabio – Sostanzialmente vado a eliminare tutte le problematiche o comunque i piccoli difetti o imprecisioni che vengono a trovarsi nei circuiti di chitarre e bassi elettrici. Ciò accade soprattutto su quelli prodotti in serie, i cui cablaggi vengono realizzati su catena di montaggio utilizzando circuiti pre-cablati applicati allo strumento con poche saldature. Spesso non vengono rispettati i corretti posizionamenti delle masse, originando fastidiosi loop di massa (volgarmente chiamati Ronze!); oppure vengono utilizzati componenti di bassa qualità, tipo cavi economici, non schermati; oppure potenziometri scadenti che non rispettano i valori corretti e dichiarati; oppure ancora selettori che non offrono i contatti adeguati e generano dispersioni e alterazioni del segnale dello strumento e via elencando.
Il mio lavoro consiste innanzitutto nel rigenerare totalmente l’impianto elettrico sostituendo il più delle volte tutti i componenti sopra citati. Tutto con l’obiettivo di mantenere il segnale originale in uscita dai pickup, senza dispersioni e alterazioni, restando quindi il più fedele possibile a quel che dichiara il costruttore del pickup stesso e senza rumori di fondo e/o interferenze elettromagnetiche catturate dal cablaggio dell’impianto non correttamente posato o schermato. Oltre a questo realizzo impianti e configurazioni pickup su specifiche richieste, modifiche al segnale intervenendo tramite appositi filtri, ed installando componentistiche aggiuntive, tipo pickup, sustainer, booster, distorsori, luci colorate, KillSwitch, eccetera, eccetera

Quali sono state ad oggi le richieste più strane?

Migi – Stranezze nel mio settore si riferiscono più che altro all’assetto generale o ai tasti in particolare. Ricordo un ragazzo che mi chiese espressamente che i tasti non venissero ricoronati: per me una cosa assurda… Un altro voleva le estremità dei tasti non stondate, al limite del fastidio e della lacerazione delle dita! Riguardo agli assetti, cito i due più estremi mai fatti: uno per Daniele Gottardo e l’altro per Gianni Rojatti.
Daniele: action 4.5mm con raggiatura volutamente irregolare e corde 011/048 accordate standard. Dolore puro! Gianni: action 1mm, manico al limite del backbow (curvatura all’indietro), corde 009/042 accordate mezzo tono sotto. Follia pura, ma mi sono fatto violenza e ho accettato mio malgrado. Alla fine, come sempre, aveva ragione lui!

Fabio – Sicuramente l’installazione di un multieffetto all’interno di una chitarra elettrica (un multieffetto di quelli solitamente utilizzati come mini pedaliera), abbinato a un Sustainiac e impianto luci psichedeliche. Un cosa davvero bizzarra!

Parecchi professionisti hanno deciso di affidarvi i loro strumenti, che è una grande soddisfazione ed anche una grossa responsabilità... Chi sono i guitar heroes che si sono affidati a voi?

Migi – Il primo a fidarsi fu Ricky Portera. Poi arrivò il grande Sebo Xotta che mi fece entrare nelle grazie di Cesareo, il mio grande e proibitissimo sogno di sempre... Quando la sua prima chitarra custom, la leggendaria blu e gialla, comparve sul sito, dissi a me stesso: “ora posso morire felice!...” Poi, in ordine casuale, sono arrivati Gianni Rojatti, Bicio Leo, Brian Maillard, Pietro Quilichini, Marco Sfogli, Alessandro Benvenuti, Daniele Gottardo, Andrea Martongelli, Andrea Fornili, Massimiliano Pagliuso, Federico Poggipollini, Vince Pàstano e, incredibile ma vero, Michael Angelo Batio!

Fabio – Sì, effettivamente abbiamo avuto modo di mettere le mani sulle chitarre di alcuni tra i chitarristi migliori italiani e non solo, e questo per noi è un risultato molto importante e ci dà, ovviamente, tanta soddisfazione. In realtà, arrivare ad alcuni di loro per noi era solo un sogno nel cassetto e invece, dopo tanti anni di impegno e anche grazie a dei professionisti che si sono fidati di noi due “baldi giovani“, pieni di entusiasmo ma senza nessuna particolare referenza, siamo riusciti a far vedere, e soprattutto provare, la qualità dei nostri lavori. Quando un chitarrista professionista ti pubblicizza perché è soddisfatto dei lavori… beh, non esiste biglietto da visita migliore; dunque, da lì in avanti, il passaparola si è amplificato…

Spesso il vostro lavoro si traduce con l’equazione “faccio modificare la mia chitarra da Fabio e Migi poiché l’assetto di serie non è valido”. Potete spiegare perché può nascere l’esigenza di portare uno strumento alle Terme Emiliane?

Migi – Per spiegare quello che faccio, adotto sempre questa metafora: quando compri dei pantaloni che ti piacciono ma ti stanno stretti o larghi o sono da accorciare, dove vai? Dalla sarta. Ecco, io sono la sarta. Non sono un liutaio, non costruisco lo strumento da zero, ma adatto uno strumento alle esigenze del musicista: glielo vesto addosso. Penso che il musicista smaliziato preferisca creare la propria voce adattando a sé uno strumento neutro, piuttosto che utilizzarne uno con già una voce peculiare. Viceversa, rischia di avere la stessa voce di chi ha utilizzato quello stesso strumento dagli anni ‘50. E dal momento che impossibile pensare allo strumento perfetto per tutti, le aziende cercano di proporre dei parametri che possano soddisfare le esigenze del maggior numero di persone. In tutti i casi, anche l’acquirente più soddisfatto avrà sempre qualcosina da far adattare: la dimensione dei tasti, lo spazio tra le corde, o anche semplicemente il colore della mascherina dei pickup. È naturale. Dopotutto, la storia della musica chitarristica è stata scritta con strumenti sempre adattati, quasi mai esemplari vergini di fabbrica, e comunque sempre “modelli base”, raramente strumenti boutique o ultra-costosi. E qui mi riallaccio all’inizio del discorso, cioè il fatto di adattare a sé uno strumento costruito sì bene, ma neutro, senza una personalità troppo accentuata…

Fabio – Può capitare che una chitarra esca dalla fabbrica con qualche piccolo problemino, succede anche con le automobili, gli elettrodomestici, eccetera ma, fondamentalmente, quelle di fabbrica funzionano: diciamo che fanno il loro dovere. Non sempre però una chitarra risponde a ciò che l’utilizzatore si aspetta: magari sono stati montati pickup economici che non offrono un suono particolarmente bello, pulito, dinamico... O magari si tratta di potenziometri di volume e tono di bassa qualità non in grado di disporre di una curva dinamica e lineare in apertura/chiusura; o magari ancora dei cavi e della qualità globale dell’impianto elettrico che, se di tipo economico, può catturare fonti elettromagnetiche esterne. A quel punto, se amplificate ad alti volumi, si trasformano in rumori di fondo inaccettabili soprattutto in uno studio di registrazione.

Oggi la vostra attività e passione per il marchio Ibanez vi ha portati ad una collaborazione ufficiale con Mogar, il distributore italiano. In che modo fate convivere le esigenze di una struttura che vende strumenti di serie con il vostro concetto di modifiche estreme?

Migi – Penso che Ibanez rappresenti il miglior standard a livello di strumento base, anche in virtù del discorso rapporto qualità/prezzo talvolta al limite dell’incredibile. Sono le basi più neutre su cui poter mettere a punto uno strumento perfetto per le esigenze di ciascuno. Credo sia un po’ nella cultura giapponese il fatto di offrire ottime basi di partenza… un po’ come succede nel mondo del car tuning con le Nissan e le Subaru in primis, su cui apportare quelle modifiche necessarie per adattarle alle diverse esigenze. Io non credo a quelli che dicono: “è fatto così, quindi va bene”. Costoro sono schiavi della tradizione, plasmano la propria personalità sulle idee altrui ma a mio avviso, è lo strumento che deve adattarsi a chi lo suona, non il contrario.

Fabio – Questo è per noi un altro traguardo non indifferente… essere riconosciuti in maniera ufficiale da Mogar, e quindi Ibanez Italia, ci rende orgogliosi e al contempo riconoscenti. Il discorso è piuttosto semplice, noi modifichiamo, o meglio customizziamo, strumenti Ibanez. Tempo fa questo discorso veniva percepito come se certi strumenti usciti dalla fabbrica necessitassero di interventi per farli funzionare in maniera corretta… Beh, non è proprio così. Noi modifichiamo gli strumenti Ibanez su richiesta del proprietario, il quale, spesso e volentieri, richiede upgrade non previsti su certi strumenti di fabbrica ed attuabili da un liutaio o un tecnico: dai pickup colorati e relative configurazioni, ai tipi di componenti dell’elettronica e così via…. Il responsabile di Ibanez Italia, Francesco Longhi, è una persona di larghe vedute e sa che più tipologie di customizzazioni siamo in grado di offrire, e più chitarre Ibanez da customizzare verranno vendute. Un discorso piuttosto semplice in realtà…

Naturalmente lavorate su qualunque marchio di chitarra, giusto? Preferite sbizzarrirvi su strumenti di taglio moderno, o modernizzare le prestazioni di strumenti classici?

Migi – Non ho preferenze particolari: tutte le chitarre che metto sul banco sono figlie mie! Se vuoi, ho una predilezione per gli strumenti di taglio moderno, ma più per un fattore estetico che altro, e per il fatto che quando mi appassionai alla chitarra erano gli anni ‘80, il periodo caratterizzato dalla massiccia presenza di strumenti in antitesi con la tradizione. Il mio imprinting è stato quello. Gli strumenti classici hanno dalla loro, però, una semplicità di regolazione/manutenzione nettamente maggiore rispetto a quelli moderni, naturalmente fatte le dovute eccezioni. Riguardo al mio lavoro, amo entrambe le cose: la semplicità ma anche una certa “complicazione”, sia per un fatto di sfida, sia perché mi sono fatto le ossa partendo da strumenti complicati. Le prime chitarre che ho utilizzato come cavie avevano i ponti Floyd sospesi, da sempre l’incubo del chitarrista. E se sai lavorare su un Floyd sospeso, niente ti spaventa più!

Fabio – Sì, lavoriamo su qualunque tipo e marchio di chitarra ed io preferisco quelle in cui c’è una maggiore elettronica! [ride] Probabilmente quelle più moderne sono le più indicate a modifiche e stravolgimenti pesanti all’elettronica, anche se devo dire di aver avuto in mano chitarre elettriche vintage che già allora offrivano tante possibilità di suoni e configurazioni pickup… ovviamente, con una qualità sonora proporzionata alla loro data di nascita, ma decisamente interessanti.

La vostra attività procede a braccetto con Ibanez Italian Club. Ce ne parlate nel dettaglio?

Migi – Sono felice che Andrea Pattacini e Simone Verde abbiano messo in piedi, da soli, questa bellissima realtà che ad oggi vanta circa 3000 iscritti. Mi piace non solo perché accomuna tutti gli appassionati del marchio, ma anche perché mi fa rendere conto di non essere l’unico pazzo amante di un prodotto “moderno” che, sostanzialmente, se ne frega della tradizione… che in Italia è una sorta di affronto, ma è proprio questo il bello. Ibanez Italian Club è il luogo perfetto dove potersi crogiolare coi “fratelli” sulle novità della Casa come anche sui modelli storici, su certe sfiziose custom di qualche endorser, sui nostri nuovi acquisti… Quando sei un po’ giù di morale non c’è posto migliore. Noi collaboriamo col Club più che altro per quanto riguarda eventi come SHG, l’RG 30th Anniversary Tour o gli Ibanez Day, esponendo assieme a loro le chicche nipponiche che abbiamo customizzato. Ad oggi siamo un quartetto compatto contro ogni avversità da vintagista e classicista, e la nostra missione è portare un po’ di freschezza e di vita in questo ambiente così rigidamente tradizionalista!

Fabio – Sono entrato nell’Ibanez Italian Club invitato da Andrea “Il Patta” Pattaccini e siamo diventati amici: lui e Simone hanno creato un club veramente bello e utile! Si parla di tutto ciò che ruota intorno a Ibanez, gli strumenti, le novità, le modifiche, i quesiti… Tutto ciò che può essere utile sia per l’utente già preparato, che per chi si sta avvicinando al marchio e magari ha bisogno di informazioni dettagliate. Esponiamo con il club in parecchi eventi e fiere e spesso ideiamo assieme iniziative che riguardano noi e il lo stesso club.

Volete sapere di più sull’attività di Fabio e Migi? Seguiteli sulle loro pagine Facebook Michele Migi e Fabio Gobbi, oltre che su Ibanez Italian Club.

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