Toto Story GuitarClub Marzo 1987

Achille Maccapani 01 mar 1987
Quando ci si trova ad affrontare l'analisi di un lavoro discografico recente, pur di potersi accattivare le simpatie degli addetti stampa di una potente casa discografica, si cerca di stare spesso sul generico, di non stroncare mai con ferocia il prodotto, usando, se dovesse occorrere, un linguaggio simile al "violese", ben noto ai lettori dei quotidiani sportivi di casa nostra.

Quando ci si trova invece a dover prendere in esame l'intero cammino discografico di una band americana assai affermata ed emblematica da analizzare sorgono allora i problemi, a cominciare dal fatto che i componenti di questo gruppo hanno suonato, separatamente o insieme, un pò con tutti: da Michael Jackson a Donald Fagen, da Jackson Brownie a Riccardo Cocciante, rendendo di conseguenza impossibile l'ipotesi di una ricostruzione completa di tutte le collaborazioni discografiche esterne dei singoli componenti dei Toto.

Ed è anche possibile che una Toto Story possa non interessare chi ci sta leggendo, concentrato sicuramente più sugli aspetti musicali della band che sugli aneddoti extra-musicali.

Ci sembra perciò opportuno capire il perché dell'importanza e del successo (sia pure altalenante) di questa formazione nel panorama mondiale analizzando i fattori, gli elementi che contraddistinguono da sempre il sound dei Toto, ...
l'articolo continua  
attraverso un'analisi dettagliata dei loro dischi.

IDENTIKIT DEL TOTO SOUND


Si è detto, e non a torto, che i Toto debbano essere compresi nella categoria dei "supergruppi".
Per la verità, però, questo è un supergruppo un pò anomalo, dal momento che nella tipologia delle rock bands degli anni settanta si è sempre inteso per "supergruppo" l'unione di più musicisti provenienti da gloriose formazioni, mentre i Toto sfuggono totalmente a questa definizione, in quanto sotto tale sigla si sono uniti alcuni musicisti americani il cui curriculum, ed anche la cui attività principale, era costituto dalle centinaia di partecipazioni discografiche da una sala di registrazione all'altra degli States.

E, si sa, il session-man, da più parti definito una specie di mercenario della musica, oltre a suonare la musica altrui (è pagato per farlo!), deve anche avere un grande spirito di adattabilità nei confronti dell'artista per il quale sta lavorando per poter passare, senza problemi, dal reggae-rock al funky, dalla disco-music al rock confezionato per le emittenti radiofoniche americane.

Logico che un session-man abbia allora, tra i suoi sogni nel cassetto, l'idea di realizzare qualcosa di personale, di suo: questa infatti è stata l'esigenza che ha spinto a mettersi insieme David Paich, pianista e arrangiatore (già con Boz Scaggz) dalla voce molto rubiconda, Steve Porcaro, fantasioso tastierista dalle scale pirotecniche, Steve Lukather, chitarrista versatile ed energico al momento giusto, Bobby Kimball, vocalist appassionato di soul music, David Hungate, discreto ed occhialuto bassista, e infine Jeffrey Porcaro, preciso e cronometrico batterista, dallo stile e dalle ritmiche inconfondibili.

Musicisti davvero ben preparati e dalla grande personalità, spinti dalla voglia di dimostrare di saperci fare per conto proprio, ma con il rischio sempre presente di non riuscire a seguire del tutto coerentemente una linea ben precisa.

Non a caso il gruppo si forma proprio nel 1978, l'anno in cui impazza la disco-music e Bee Gees e John Travolta sono all'ordine del giorno. Le conseguenze? Uno stile musicale che non è esclusivamente rock, ma aperto a possibili incursioni sonore, sia pure tenendio sempre ben presente l'obiettivo della commercialità.

E' tuttavia certo che uno dei vantaggi di cui la band ha goduto sin dall'inizio consiste proprio nella solida esperienza acquisita in precedenza ma è anche vero che questo eclettismo, un pò per necessità ed un pò per trovare la formula vincente per vendere e, casomai, fare cilecca (come avvenne nell'84 con l'album Isolation), rappresenta, per certi versi, una palla al piede per il celebre gruppo americano il quale, pur disponendo di grossi vantaggi, dalla possibilità di lavorare in più di uno studio di registrazione a quello di autoprodursi sin dall'album di esordio (senza trascurare poi la notevole dotazione strumentale a disposizione), non ha saputo tuttavia servirsene sempre al meglio per tracciare una linea musicale ben precisa e coerente con il passare degli anni, optando invece per una linea musicale che ci sembra sia stata legata, sia pure in parte, ad esigenze di classifica.

Ecco dunque perché i Toto, fautori di un sound raffinato, sofisticato e rockettaro senza esagerazioni, corrono il rischio di passare per una band anonima creando poi, d'improvviso, un capolavoro (Toto IV) in cui viene espresso quello che è poi divenuto, per certi versi, il sound degli anni ottanta, a metà tra le influenze jazzistiche, soluzioni musicali innovatrici e un uso esteso degli ultimi ritrovati della tecnologia.

Ciononostante, il gruppo ha evitato più volte il kitsch, pur cascandoci qualche volta in pieno, riuscendo comunque a rialzarsi in piedi con dignità, musicalmente parlando. Ed ora sembra che in questi ultimi tempi i Toto siano infine riusciti a ritrovare un felice equilibrio artistico, ma di questo avremo modo di parlare più avanti.

LA SPADA, IL CERCHIO E IL DRAGONE


Come in un film di Hollywood, l'avventura discografica del sestetto californiano inizia con le note di "Child's Anthem", un tema dallo stile vicino alla fuga. Già in questo brano si notano i primi elementi del Toto sound: un rapporto tra il pianoforte e i sintetizzatori, una chitarra (quasi sempre) rock e una sezione ritmica precisa e puntuale.

Eppure, man mano che si ascolta l'album, ci si accorge di avere a che fare con una specie di compitino in classe dignitoso, senza infamia e senza lode, dove non c'è quel quid che contraddistingue il fare musica con passione dal fare musica dei puri mestieranti.

Le perplessità scompaiono soprattutto in due canzoni, "You Are The Flower", una soul song scritta dal cantante Bobby Kimball dall'andamento fusioneggiante e dal suono corposo, e "Takin' It Black", brano scritto e cantato dal tastierista Steve Porcaro, con un accenno di slap nel basso, l'uso degli accenti provenienti dal jazz e un certo tipo di stacchi strumentali, riutilizzati in seguito abbondantemente da numerosi gruppi pop-fusion.

Per il resto, l'album omonimo d'esordio della band segue filoni un pò stantii e scontati, anche se ci è sembrato che la scaletta del disco sia stata fatta in base al momento in cui i brani sono stati registrati, visto che le canzoni più acerbe e impacciate (come, per esempio, "I'll Supply the Love" e "Manuela Run") sono state messe quasi tutte all'inizio dell'album, per poter permettere al prosieguo e alla conclusione dell'ellepì di rappresentare il segno di un progressivo cammino musicale.

Nel 1979 i nostri ritornano perciò alla carica con una specie di album concept, Hydra, che però di concept ha, a nostro parere, molto poco o nulla completamente.

Questo ellepì, pur essendo per certi aspetti disomogeneo, per altri consente di denotare numerosi passi in avanti, a cominciare dalla title-track, composta dal gruppo al completo e strutturata nell'utilizzo di tre temi: il primo affidato al pianoforte (D,E, Csus, Fsus) e ai sintetizzatori, usato ora da introduzione ora da momento di pausa, mentre il secondo è (in Fsusm) firmato dalla batteria agile e precisa di Jeff Porcaro e variato in chiave rock grazie al riff della chitarra di Lukather.

Il terzo tema, infine, è giocato interamente sulle scale a quartine esposte dal glockenspiel, dal synth e dalle ritmiche della chitarra. Ad un certo punto, proprio in quest'ultimo tema, emerge la chitarra di Steve Lukather per un assolo lirico ed espressivo.

Stranamente l'album non segue la linea tracciata da questa composizione che mostra, in un certo senso, le potenzialità a disposizione della band.
Si avverte, in effetti, la corpositò di un sound, anche se le influenze esterne sono quasi del tutto scomparse, eccezion fatta per "99" che rimane una delle migliori canzoni in assoluto dei Toto, e per "Mama".

Il primo brano è abbastanza innovativo, dato che anche qui troviamo una specie di funky-fusion in forma di canzone, seppur rilassante, dove David Hungate "slappa" moderatamente, ma bene, e dove soprattutto Steve Lukather firma un guitar solo meno scapigliato rispetto agli altri contenuti in questo ellepì: il secondo brano è sulla linea di "You Are The Flower", dove le tastiere usano accordi provenienti dal jazz e dove soprattutto le atmosfere e gli stacchi risentono molto delle influenze fusion, mentre il solo di Lukather si rifà stavolta a Jeff Beck.

Per il resto, i brani sono quasi tutti adatti per incontri di boxe, vista la presenza di ritmiche possenti, assoli molto vicini all'heavy metal e stacchi strumentali suonati in diretta con tanto di urla e fischi di richiamo ("All Us Boys").

La canzone invece che conclude l'album, "A Secret Love", per sole tastiere e voce, sembra voler rimettere ordine e salutare l'ascoltatore con dolcezza.
Attraverso l'ascolto accurato dell'album, si nota comunque che lo schema compositivo principale delle canzoni dei Toto è basato principalmente sul pianoforte di David Paich (autore dell'80 per cento del repertorio finora analizzato), che fa un pò da direttore d'orchestra all'intera band, mentre i sintetizzatori di Steve Porcaro hanno un ruolo descrittivo, non predominante ma funzionale, all'interno dei singoli brani.

A questo punto ci sembra doveroso fare qualche cenno sulla strumentazione: per quanto concerne le tastiere, c'è da dire che per questi due ellepì vengono usati un pianoforte a coda, un organo Hammond e divesi synth della Polyfusion, mentre Lukather si serve molto di chitarre costruite appositamente per lui dalla Valley Arts Guitars, che figura anche nei ringrazamenti delle note di copertina di tutti gli album della band (sul disco, Lukather figura anche con una Gibson L5 acustica elettrificata).

UN FIASCO, POI IL GRANDE SUCCESSO


Il buon successo di vendite di Hydra influisce sulla linea che la band intende portare avanti.
Fatto sta che con l'album Turn Back, i Toto sposano la linea di un rock abbastanza facile e privo di ogni tipo di influenza, ma un'ipotesi di questo genere sarebbe possibile con i ragazzini allevati a suon di Springsteen ed Aerosmith e non con il fior fiore di strumentisti che, in quel periodo, sono presenti in ogni ellepì di musica pop di un certo livello.

C'è da ammettere tuttavia che nei primi anni ottanta è in atto negli States una vera e propria riscoperta del rock: mentre in un tour europeo una nuova heavy metal band inglese, gli Iron Maiden, ridicolizza i Kiss, verso la fine del 1980 Bruce Springsteen dà alle stampe il doppio ellepì in studio The River vera e propria summa di tutta la storia del rock, ed in più i Pink Floyd stanno ancora mietendo allori (e milioni di copie vendute), con The Wall, album concept in cui vengono rivalorizzate in una forma un pò più sintetica alcune linee del rock degli anni settanta, e al quale ha prestato la sua collaborazione anche il batterista Jeff Porcaro.

Insomma, i Toto hanno capito che, se vogliono sforndare sul serio, devono adattarsi a quello che il mercato chiede in quel momento.
Ecco allora Turn Back, un ellepì senza grandi svolte ma neanche tanto bruttino.

Dicevamo che la personalità e l'esperienza acquisite non si piossono mettere d'un colpo da parte, e sul disco questo problema si sente! Basti pensare ai primi due brani: in "Girld With A Golden Gun" c'è un umprovviso stacco di tastiere assai pregevole, cui segue però uno strano assolo di Lukather che si serve del Chorus e dell'overdrive, mentre in "English Eyes", dopo il fatidico stacco, ripartono quatti quatti basso e batteria seguiti dal piano di Paich che, sul tema, si mette a ricamare accorodi un pò jazzati.
La linea sembra essere quella di un rock quasi pianistico dove Steve Lukather, per i suoi assoli, sembra voler fare riferimento, dal punto di vista dell'ispirazione e dei suoni, a Brian May.

Si possono poi trovare alcuni episodi felici, ma che non hanno nulla a che vedere con l'identità musicale dei Toto, e cioè "Live For Today" scritta e cantata dallo stesso Lukather, una rock song che sembra tratta da un ellepì di Billy Squier (ed anche qui l'assolo ricorda vagamente lo stile di Brian May), e "A Million MIles Away", costruita sui contrasti tra piano e forte, con tanto di cori nel ritornello che si rifanno palesemente ai Queen vecchio stile.
L'album, nonostante abbia potuto godere di una grossa promozione, non riesce comunque a decollare in termini di vendite (e non a caso è stato relegato di recente nella collana economica "Nice Price").

Da rilevare che la strumentazione tastieristica di David Paich e Steve Porcaro si ferma ancora ai sintetizzatori Polyfusion, mentre Jeff Porcaro usa un set misto della Ludwig e della Yamaha.
Infine Steve Lukather, oltre alle solite chitarre della Valley Arts, si avvale delle Schecter elettriche e delle Takamine acustiche, oltre alla Roland Polyphonic Guitar Synthesizer di cui si sentono i primi approcci, peraltro non ulteriormente sviluppati.

Il periodo che va dal 1981 al 1982 è tra i più densi di lavoro per la band, impegnata in varie collaborazioni e in tour, in particolare in Giappone dove riscuote un lusinghiero successo; proprio in quel periodo i Toto collaborano, sotto la produzione di Quincy Jones, all'album Thriller di Michael Jackson, cui offrono una canzone, la splendida "Human Nature", scritta da Steve Porcaro.

Gli insegnamenti del maestro Quincy Jones servono non poco alla band che, non appena sono terminate le registrazioni di Thriller, si dedica interamente alla realizzazione del quarto album. Ed è proprio in Toto IV che emerge finalmente il Toto Sound in tutte le sue vere potenzialità: un sound raffinato, moderno, attento agli ultimi progressi dell'elettronica, ma umano nel saper comunicare emozioni all'ascoltatore attraverso un repertorio difficilmente concepito per questo o quel mercato, bensì come espressione del proprio talento artistico.

Ci troviamo di fronte ad un album magnificamente composto, eseguito ed arrangiato nonché registrato da un team di tecnici d'alto livello quali Al Schmitt e Greg Ladanyi (già con Jackson Browne).

Oltre al sestetto, sono pure presenti vari musicisti come la Martyn Ford Orchestra, Timothy B. Schmit (ex-Eagles) e una sezione fiati composta dai sassofonisti Jim Horn e Tom Scott, dai trombettisti Jarry Hey e Gary Grant e dal celebre trombonista dei Chicago Jimmy Pankow: presenze importanti per valorizzare e al meglio il materiale compositivo messo a punto dal gruppo.

Un altro fatto positivo è il notevole equilibrio sonoro presente in tuttio il lavoro, a cominciare dal brano di apertura "Rosanna".
Prima parte la batteria di Jeff Porcaro, raggiunta poi dall'intero gruppo spalleggiato nei momenti salienti dai fiati; particolarmente interessante è il finale, un'improvvisazione in G7, dove il piano di Paich ricama sottili trame jazzistiche e la chitarra di Lukather improvvisa bene con l'accompagnamento dei fiati.

Si potrebbero citare numerosi episodi felici in questo disco, come la rockeggiante "Make Believe", il cui tema è affidato al sax di Jon Smith; quella ballata un pò strappalacrime che è "I Won't Hold You Back", oppure ancora "Afraid Of Love" brano rock assai grintoso con tanto di archi e cori.
Merita poi un cenno particolare "Lovers In The Night", scritta dal solo Paich, la cui struttura è rappresentata da un vero e proprio crescendo basato sulle parti di chitarra (incalzate dagli archi e dai synth) che si fanno via via sempre più violente per giungere ai due assoli di Lukather, che vanno annoverati tra i migliori in assoluto che il chitarrista abbia realizzato con i Toto.

Le influenze, ben presenti in tutto il disco, trovano poi una valida espressione in "Waiting For Your Love", scritta a quattro mani da David Paich e Bobby Kimball, un brano di pop-fusion d'ottima qualità. A questo punto non si può fare a meno di menzionare la raffinata "It's A Feeling" ed il celebre hit "Africa".

La strumentazione usata dalla band in questo ellepì è assai consistente.
Cominciamo dai due tastieristi: due pianoforti a coda, il piano Yamaha CP-80, il Digital Synth GS1 Yamana, il Roland Jupiter 8, il Roland Polyphonic Synthesizer, i Microcomposer MC-4 ed MC-8 Roland ed infine il Polyfusion Modular Synthesizer Equipment.
Lo stesso Steve Porcaro si è servito di una pedaliera di effetti collegata alla sua tastiera.

Steve Lukather si avvale di una pedaliera Ibanez e di quattro chitarre elettriche (due Gibson Les Paul, una Telecaster ed una Valley Arts, modello simile alla Stratocaster), di una Takamine acustica e infine di tre testate e amplificatori Marshall da 100 watt l'uno.
David Hungate si serve die due bassi, un Fender ed uno Yamaha.

Infine Jeff Porcaro utilizza lo stesso set di Turn Back, arricchendolo di qualche elemento in più (non a caso, le note di copertina dicono che "la strumentazione di Jeff Porcaro parla da sola"!).

L'album ottiene un insperato e meritatissimo successo, sulla scia del quale la band organizza un tour europeo che approda anche in Italia.
Lo show comprende brani già editi con maggiore risalto per il materiale di Toto IV.
In quella tournée manca già David Hungate, uscito dal gruppo al termine delle registrazioni dell'album: viene rimpiazzato da Mike Porcaro, uno dei fratelli della famiglia...

E non è finita: verso la fine del 1982 esce "Thriller" di Michael Jackson, comprende anche la già citata "Human Nature".
L'ellepì, lanciato a dovere dalla CBS (guarda caso, è la stessa etichetta discografica dei Toto), vende tantissimo, sl punto che i soli diritti d'autore del brarno "Human Nature" ammontano alla cifra di ben due milioni di dollari!

Nel 1983 i Toto ricevono infine sette Grammy Awards (l'Oscar del disco organizzato annualmente dalla National Academy of Recording Arts and Sciences) per i seguenti riconoscimenti: miglior quarantacinque giri ("Rosanna"); miglior album (Toto IV); migliore produzione (Toto, ovverossia il gruppo al gran completo); migliore arrangiamento vocale; migliore arrangiamento strumentale; migliore canzone di rythm and blues; e, per concludere, per la migliore tecnica d'incisione.

Ovviamente non possono mancare le polemiche, dato che i Toto hanno già suonato in molti dischi di altri artisti famosi.
Ci sembra giusti riportare, a questo propsito, la risposta di Jeff Porcaro a tali critiche: "E' stato un anno fortunato per noi. Un album di platino, tre singoli di successo ed ora questa stupenda premiazione. Comunque sono più di seimila persone i componenti dell'Academy che decretano i vincitori del premio. E' ridicolo accusarci di essere amici di tutte queste persone. E' vero, da molti anni lavoriamo con musicisti e produttori che fanno parte dell'organizzazione e questo riconoscimento significa semplicemente che
abbiamo lavorato bene!".
Si conclude in questo modo uno dei periodi più felici per la band americana, tuttavia questo momento coincide con la dipartita di un secondo componente, e cioè quella del cantante Bobby Kimball.

UN ALTRO FIASCO, POI LA RISALITA


Fuori Kimball, la band si trova costrette ad organizzare delle vere e proprie audizioni: alla fine viene scelto Fergie Frederiksen, un vocalist che ha già militato in alcuni gruppi rock degli anni settanta.

Intanto la band lavora alla colonna sonora del film Dune di David Lynch, con Sting tra i protagonisti, il cui tema principale è firmato da Brian Eno: suoni orchestrali e d'effetto, un materiale degno di attenzione, da non considerarsi comunque alla stregua di un ellepì vero e proprio dei Toto.
Nello stesso periodo in cui esce il soundtrack i Toto danno alle stampe Isolation che, negli intenti del gruppo, dovrebbe ripetere il successo di Toto IV.
Però Isolation, che, a differenza di Toto IV, si avvale di un uso più accuratio dell'elettronica, ha il difetto di non possedere un repertorio ben definito, dal momento che il genere consiste in una specie di hard rock tecnologico pieno di effetti, voce chiara e potente e tanti guitar solo con l'amplificatore a tutto volume. Oltre a qualche brano poi, che in tale contesto non c'entra molto, come nel caso della country song "Holyanna" e di "Lyon", dove Frederiksen fa fatica ad eseguire un brano che sia al di fuori degli schemi del rock, o come nel caso di "Endless", un pezzo funky, forse un pò troppo disco.

C'è da dire inoltre che questo ellepì è impostato, tastieristicamente parlando, sui suoni del DX7 Yamaha.
Quanto a Frederiksen, si tratta di una buona voce, ma poco adatta al Toto sound, al punto quasi di stravolgerlo.
Per quanto concerne gli strumenti, la band si è servita in questo caso di chitarre ed effetti Ibanez, sintetizzatori Yamaha, batteria Pearl e piatti Paiste, microfono AKG, amplificatori Boogie e bassi Vigier.

L'album vende negli States un milione di copie nel giro di pochi giorni, ma le vendite calano poi repentinamente, dato che il genere musicale proposto dalla band, più vicino forse al rock di Sammy Hagar, non corrisponde affatto a quello che era nelle aspettative dopo il trionfo di Toto IV.
Così, silurato Frederiksen, la band lo sostituice con Joseph Williams, figlio del celebre compositore di colonne sonore John Williams (Guerre Stellari, L'Impero Colpisce Ancora, E.T., tanto per citare soltanto qualcuna delle più famose), e si concentra nella lavorazione del nuovo album, con una bella sorpresa.

Nel 1984, infatti, Miles Davis (sì, proprio lui!) inserisce nel suo repertorio una versione di "Human Nature", dandone anche un'interpretazione splendida in concerto, in occasione dell'edizione di Umbria Jazz di quell'anno.
Nasce un rapporto di stima e amicizia e Miles Davis registra un brano con i Toto.

Comunque, il loro ultimo (per ora) ellepì, Fahrenheit è concepito nel segno di un ritorno allo stile di Toto IV, nonché nell'esigenza di portare avanti un discorso musicale di qualità, tant'è che la stessa voce di Joseph Williams sa perfettamente adattarsi al Toto sound, passando dal funky indiavolato di un brano come "Till The End" a una deliziosa "I'll Be Over You", curando direttamente tutti i vocals dell'album.

Questo ellepì vede una band rinata nei suoni, negli arrangiamenti e soprattutto nelle canzoni, mai come ora complete in ogni loro parte (per la strumentazione, va rilevato che Mike Porcaro si è servito stavolta di amplificatori Trace Elliot; per il resto, la dotazione strumentale della band dovrebbe essere, piàù o meno, la stessa di Isolation).

Al termine dell'ellepì troviamo poi il frutto della collaborazione con il divino Miles, "Don't Stop Me Now", un tema jazz esposto dalla chitarra di Lukather, con il piano acustico di Paich ed una batteria a spazzole; l'evocazione di altri tempi, di un modo di far musica valido ed inesprimibile che lascia l'ascoltatore davvero a bocca aperta.
Ci si potrebbe legittimamente chiedere che cosa faranno in futuro i Toto. La tecnologia, in effetti, è importante, ma rimane, alla fine di quei solchi di Fahrenheit, la tromba inconfondibile di Miles Davis che si allontana verso il silenzio, lasciandoci un'atmosfera di vera e impalpabile poesia...

INTERVISTA STEVE LUKATHER


Parlando dei Toto non si può focalizzare l'interesse che su Steve Lukather, chitarrista moderno che ha il pregio di essere molto ben considerato dagli addetti ai lavori e di possedere nello stesso tempo quelle doti di comunicatività indispensabili per realizzare lavori destinati al grande pubblico.
Steve Lukather è considerato in America tra i migliori chitarristi di studio di registrazione, ma la sua fama è arrivata anche da noi considerando che viene citato da molti lettori nel nostro referendum "Votate i vostri preferiti" al pari di Lee Ritenour e Larry Carlton, altri due giganti del Recording Studio.

Le caratteristiche di Steve Lukather come chitarrista sono l'adattabilità a diversi ruoli, sia ritmici che solistici, l'uso raffinato degli effetti e della saturazione, il fraseggio sofisticato di chiara provenienza jazzistica ma accompagnati da timbriche e comunicabilità rock.

E poi ancora il tocco eccellente, il vibrato della mano sinistra, il controllo del sustain e del suono e la capacità di usare la chitarra negli arrangiamenti senza mai esagerare con assoli privi di senso. Insomma di tutte quelle caratteristiche che si imparano con l'esperienza ma senza dubbio unite a doti personali di sensibilità ed estro musicali.
Abbiamo avuto l'occasione di incontrare Steve Lukather e gli abbiamo potuto rivolgere qualche domanda tecnica.

Come vedi il connubio tra chitarra elettrica ed effetti speciali? Credi che questi siano importanti per un chitarrista moderno?
L'uso degli effetti speciali è fondamentale per la musica di oggi. In particolare per dare colore alle chitarre nei vari brani. La scelta degli effetti è anche in funzione delle caratteristiche timbriche di ogni singolo brano. In particolare per un lavoro in studio credo siano molto importanti l'uso del chorus nonché il dosaggio dei vari delay. Sta poi al chitarrista non farsi prendere la mano ma di conservare in ogni caso una certa identittà timbrica del normale strumento.

Ti abbiamo visto suonare nel corso degli anni con numerose e diverse chitarre. Puoi farcene un breve elenco?
Anche per il tipo di lavoro che faccio ho la necessità di avere a disposizione diversi strumenti, per calarmi meglio nei vari contesti musicali. Ho usato molti modelli sia di Gibson che di Fender, in particolare Stratocaster e Les Paul. Ho però anche una Gibson L5 a cassa e alcune Takamine acustiche.

E le Valley Arts?
Sono molto amico del proprietario della Valley Arts e mi sono fatto costruire alcuni modelli "su misura". In particolare un modello a forma di Stratocaster al quale sono molto legato, con top in acero tigrato e pickup EMG. Mi piacciono molto i modelli customizzati, e possiedo anche chitarre costruite con parti SCHECTER e assemblate su mie specifiche.

Qualche anno fa abbiamo visto anche la tua collaborazione con la Ibanez, che ha prodotto il modello a tuo nome, RS1010.
Sì con la Ibanez avevo un rapporto già da alcuni anni. Prima usavo una chitarra della serie Artist, quello a doppia spalla mancante. Poi mi hanno chiesto di realizzare una chitarra elettrica su mie specifiche. A parte i pickup, realizzati in modo particolare, la RS1010 ha la particolarità che, pur avendo una forma tipo Stratocaster aveva il top bombato, sullo stile della Gibson Les Paul. Quindi, per rimanere in tema, uno strumento "fusion".

Che uso fai della leva vibrato?
La leva vibrato è un dispositivo molto utile soprattutto per gli assoli di tipo rock. Deve però essere di buona qualità, come del resto tutto lo strumento, per conservare una intonazione accettabile. Per i vibrati leggeri preferisco però usare la mano sinistra e "lavorarmi" la corda.


© 2016 Il Volo Srl Editore - All rights reserved - Reg. Trib. n. 115 del 22.02.1988 - P.Iva 01780160154